Twitter: il bello e il brutto del social dei 140 caratteri

Twitter: il bello e il brutto del social dei 140 caratteri

v65oai7fxn47qv9nectxIl mio account Twitter ha poco più di un anno e mezzo. A un mese dalla sua attivazione scrissi un post per raccontare quel che mi sembrava di avere capito sul social dei cinguettii. Oggi, quasi 10 mila tweet (e qualche follower) più tardi, mi sembra di avere le idee più chiare sulle dinamiche che regolano il mondo dei 140 caratteri.

Ho riflettuto sulla mia esperienza e ne è uscito una specie di vademecum sul cosiddetto “popolo di Twitter”, per chi ne sa ancora poco e vuole provare a capirci qualcosa, ma anche per chi conosce bene il social di Jack Dorsey e cerca qualche spunto di riflessione.

Per praticità ho diviso le mie considerazioni in due capitoli: il bello e il brutto di Twitter.

Cominciamo dal primo, che per il peggio c’è sempre tempo…

Il bello di Twitter

La versatilità. Quando ho cominciato a twittare credevo che il social fosse solo uno strumento in cui si scambiano notizie e opinioni, poi ho capito che su Twitter esistono due universi paralleli che, per fortuna, non si incontrano (quasi) mai: quello di chi lo usa alla stregua di una chat, per raccontarsi i fatti propri (o mettere in piazza quelli degli altri) e quello di chi è in cerca di reale condivisione di informazioni.

L’immediatezza. Con Twitter il mondo entra nel telefono o sul computer in tempo reale. Oggi seguire un evento in diretta grazie al live-twitting è un’esperienza che chiunque può fare, indipendentemente dal luogo in cui si trova. Spingere il carrello del supermercato e allo stesso tempo porre domande a un personaggio che parla a davanti a un pubblico a mille chilometri di distanza diventa la norma. Le notizie dei Tg? Già vecchie. Twitter arriva prima.

La sintesi. Leggere è meraviglioso, ma il tempo è tiranno e l’obbligo di contenere il proprio pensiero in 140 caratteri è un vantaggio non indifferente. Per gli approfondimenti ci sono i link ai post e i media tradizionali.

Gli incontri. Twitter è un campionario piuttosto fedele del mondo “di fuori”. Benché qualcuno ritenga che l’anonimato esasperi la tendenza alla maleducazione, credo che chi si lascia andare a comportamenti scorretti o volgari online tenderà a ripeterli anche nella vita reale. Una timeline senza insulti dipende dalle proprie capacità di scelta. E in caso di errore, basta un clic per defolloware chi si rivela diverso dalle nostre aspettative.

Le amicizie. Dagli incontri, in alcuni casi, possono nascere belle amicizie e collaborazioni durature. Anche quando non ci si è mai visti di persona. Un esempio? La nascita su questo sito della rubrica 2VociX1Libro con Giuditta Casale di Tempoxme Libri. Un’esperienza bellissima e arricchente.

Il lavoro. Twitter può essere un ottimo strumento di promozione professionale e/o personale. Sempre che lo si usi in modo non invadente o sfacciatamente pubblicitario, cosa che genera un immediato effetto repulsione.

La visione d’insieme. Specie per chi, come me, vive lontano dal proprio Paese, Twitter può fungere da “termometro”della temperatura sociale. Per quanto non possa considerarsi un mezzo di estrema affidabilità (se seguiamo soltanto chi la pensa come noi non avremo sensibilità alcuna sulle idee dissonanti in circolazione), se ben usato, può offrire uno spaccato del panorama sociale, politico ed economico di una nazione.

Gli hashtag creativi e intelligenti. Il cancelletto prima di una parola garantisce circolazione del pensiero senza invadere lo spazio altrui. Non c’è bisogno di mandare un tweet a qualcuno in particolare, lo si affida all’hashtag e questo penserà a farlo leggere a tutti gli interessati a quel tema. Alcuni hashtag sono piccole opere di letteratura ed espressione di creatività, altri… be’, molti altri fanno parte del prossimo capitolo.

TL twitterIl brutto di Twitter

Gli hashtag inutili o incivili. Passi per i primi, che fanno solo perdere tempo a chi li segue, ma ciò che è fastidioso ritrovare nelle tendenze del momento sono i temi che istigano alla violenza verbale (e non solo quella) nei confronti della vittima di turno.

L’anonimato. Gli pseudonimi garantiscono scorribande verbali impunite. Non li ho mai amati. Preferisco chi, anche su twitter, dice quello che pensa, esponendosi direttamente.

Gli invadenti-egocentrici. Su Twitter ci sono persone che chiedono insistentemente di essere seguite, quasi fosse un loro diritto, oppure che pretendono di essere retwittate o peggio ancora che retwittano in continuazione i complimenti che ricevono. Pesanti, sì, ma controllabili.

I litigi. Sono i temi politici in genere a scatenare le liti più violente e il risultato è una patetica serie di insulti. I protagonisti sono quasi sempre gli stessi. Per loro la vita, prima ancora di Twitter, è solo un ring.

I follower pedanti. Capita a volte di dover frenare l’entusiasmo di chi decide di interagire con noi solo per augurarci buongiorno, buonasera e buonanotte. Talvolta si creano fastidiosi “trenini” di persone che moltiplicano i saluti. L’educazione obbliga alla risposta, ma alla lunga si perde tempo e… che noia!

Gli “stellinatori” a oltranza. Stellinare, cioè aggiungere un tweet ai favoriti, è una pratica che ciascuno usa con criteri differenti. C’è chi fa enormi scorte di tweet altrui inserendoli nella lista dei favoriti e chi non usa mai quella funzione. Personalmente preferisco retwittare una frase o una notizia che ha attirato la mia attenzione, permettendole così di circolare. A che cosa servono le idee se le lasciamo in cassaforte? Ci sono blogger che per nessuno motivo retwittano i post di un altro blogger considerato “concorrente”. Come se far circolare un articolo altrui potesse compromettere la reputazione. Trovo che la stellina sia utile per non perdere un articolo che non si ha tempo di leggere in quel momento, oppure per conservare qualche complimento particolarmente gradito. Per tutto il resto c’è il retwitt. Senza, Twitter sarebbe fallito da un pezzo.

La dipendenza. Di utenti finiti a disintossicarsi da Twitter per ora non si ha notizia, ma di certo più di un marito, moglie, compagno o compagna si sarà lamentato della Twitter-dipendenza del partner. E tutto per qualche follower in più…

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9 commenti

  1. Avatar
    Elena Bibolotti Ottobre 03, 2013

    Brava Patrizia! Confortata dal non essere l’unica a pensarla così. ;)) e ovviamente questo post vale un RT.

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      Patrizia La Daga Ottobre 03, 2013

      Grazie, per fortuna siamo in tanti a pensarla così. Altrimenti Twitter sarebbe un posto invivibile. 🙂

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    Giuditta Ottobre 03, 2013

    Che dire? Mi commuovo, arrossisco e condivido!

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      Patrizia La Daga Ottobre 03, 2013

      Grazie, Giuditta. Io aspetto il momento in cui potremo, finalmente, condividere conoscendoci di persona!

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    Giuditta Ottobre 03, 2013

    è vero, non sono una scrittrice ma voglio una foto con te per la tua bellissima bacheca “Colleziono scrittori”. 😀

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      Patrizia La Daga Ottobre 03, 2013

      È una collezione a cui tengo molto e che potrebbe solo essere impreziosita dalla tua presenza. Io ci conto!

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    Guido Paniccia Ottobre 04, 2013

    Bel pezzo.. persino istruttivo. Non da molto uso il cinguettio e, a parte un accenno di rissa verbale con storace [volutamente minuscolo] e con la signora Spicola [di parte avversa allo storace ma a lui accostabile secondo me, nb.] mi defilo sempre all’insorgere di problemi propri del discutere in maniera accesa.. Per contro, credo di aver incrociato i miei pensieri con belle persone, alcune molto belle, di cui mi rimane però un qualcosa di incompiuto. Ed allora cerco di immaginarne la voce..

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      Patrizia La Daga Ottobre 04, 2013

      Grazie, è bella la tua testimonianza. E anche a me capita di immaginare la voce o i gesti delle persone con cui interagisco. Ho avuto la fortuna di incontrarne alcune che hanno confermato la mia tesi: corrette online, corrette nella vita reale.

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    Sergio Ottobre 31, 2013

    Molto interessante e condivisibile questo tuo commento. L’ho letto solo oggi ma è molto preciso.

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