La violenza degli uomini

La violenza degli uomini

Ho letto un romanzo per sbaglio. Sì, per sbaglio perché pensavo di leggere una storia e invece ne ho trovata un’altra. La cosa non ė stata senza conseguenze e mi ha regalato almeno due lezioni.
La prima è che ho imparato che le quarte di copertina si leggono fino in fondo perché non ė detto che ciò che ci appare scontato nelle prime righe si confermi dopo il punto finale. La seconda è che anche da un brutto libro possono nascere considerazioni interessanti.

Il libro in questione si chiama “Dillo alla luna” di Hazem Saghieh e tratta un argomento al quale, senza il suddetto errore non mi sarei mai avvicinata, non per pregiudizio, ma per reale mancanza di interesse. Il romanzo ė il diario di un transessuale algerino, uomo nel corpo ma donna in tutto il resto.

A trarmi in inganno nella scelta del romanzo era stata la descrizione al femminile della sfortunata vicenda umana del protagonista che deve affrontare situazioni dolorose purtroppo frequenti tra le donne di fede musulmana. Credevo, insomma, di avere tra le mani l’ennesima testimonianza della discriminazione femminile nel mondo arabo. Un tema, questo sì, che ha sempre attirato la mia attenzione.

La lettura si è rivelata fin dalle prime pagine per quello che era: un romanzo poco riuscito con uno stile narrativo piuttosto banale e ripetitivo. Solo la curiosità di sapere che n’era stato del protagonista, unita alla mia incapacità di abbandonare un romanzo già iniziato, mi ha indotto a proseguire e, finalmente, in mezzo a innumerevoli descrizioni di amplessi sodomiti ho trovato una frase che mi ha fatto prendere in mano l’evidenziatore: “Se non ci fosse il genere maschile avremmo evitato molte guerre. L’uomo è fondamentalmente un cacciatore, lo eccitata considerare gli altri una preda che prima o poi cadrà nelle sue mani. Ed è vero che la società umana in tutte le sue forme da quando è soggetta al dominio  patriarcale è in balia di lotte e violenza“.

Ci ho riflettuto a lungo e ancora non so se essere d’accordo. Ho posto la questione a mio marito e a un altro paio di amici maschi e, con mia sorpresa, tutti si sono dimostrati d’accordo con quell’affermazione. Il cosiddetto sesso forte ha dunque nel suo DNA i geni del predatore? Stando a una celebrità della medicina italiana, Umberto Veronesi, non ci sono dubbi. In un’intervista al settimanale Gioia pubblicata lo scorso novembre il famoso oncologo risponde così: “Sì è vero, l’80 per cento degli assassini sono uomini e l’80 per cento delle vittime donne. Le donne vanno alle mostre d’arte, gli uomini allo stadio a urlare. Si calcola che un tifoso, mentre assiste a una partita, regredisca all’età mentale di otto anni. Del resto l’uomo ha un esubero di ormoni androgeni che lo “chiamano” a essere aggressivo: in una società non più fondata sulla caccia, questo è un fardello e non un aiuto”.
Lungi dall’oppormi a tale giustificazione biologica che spiega perché spesso i nostri fratelli, figli o mariti al volante o davanti allo schermo della Tv si trasformino in scimmioni urlanti, non posso non domandarmi come gli stessi esseri possano aver generato nei secoli opere sublimi, intrise di amore e sensibilità. Penso a Dante, Petrarca, Shakespeare, Keats, Prevert o Neruda. E come i poeti potremmo ricordare innumerevoli altri artisti il cui cervello ha prevalso sull’uso incontrollato delle mani e anche tanti altri uomini “normali”, padri di famiglia incapaci di far male a una mosca.

La diatriba tra patrimonio genetico e fattori sociali viene da lontano e non è mia intenzione addentrarmi nei labirinti delle sue teorie. Mi piace pensare però che alla base di queste grandi differenze nel comportamento dell’uomo ci sia la cultura più che la genetica. O meglio, che tanti buoni libri (ma anche quadri, musica, film e soprattutto valori positivi trasmessi in famiglia) siano capaci di tenere a bada pochi ormoni “cattivi”. Morale: ai bambini regaliamo più romanzi e meno videogiochi di guerra. Lo sta facendo persino McDonalds negli Stati Uniti. I giocattolini del suo famoso Happy Meal per tre settimane sono stati rimpiazzati da libri per ragazzi.

Io ho un figlio che potrebbe passare intere giornate sventrando i nemici a mitragliate con la sua Playstation, ma per evitare di crescere un fanatico guerrafondaio ho provato la regola del 7-2: si legge qualche pagina di un buon romanzo ogni giorno della settimana (7) e si smanetta con il joystick soltanto il sabato e la domenica per un paio d’ore (sono tollerate eccezioni quando viene qualche amichetto a casa). Per ora sono soddisfatta del risultato. A Lorenzo leggere non pesa ed è un bambino curioso, affamato di conoscenza. Poi verrà l’adolescenza dove altri incontri e altri impulsi influenzeranno le sue scelte. Spero che con queste basi possa affrontarla senza troppe tempeste. Forse da grande mio figlio non vincerà un Nobel ma sono certa che le informazioni che sta archiviando nella sua giovane mente saranno capaci di addomesticare l’istinto brutale del maschio prevaricatore.

Mi auguro di avere ragione, ma questo ve lo racconto fra vent’anni.

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