La Spagna che va in pezzi: le proteste di Madrid e il nazionalismo catalano

La Spagna che va in pezzi: le proteste di Madrid e il nazionalismo catalano

Il 25 settembre, 25S per i media spagnoli che amano abbreviare tutte le date, è il giorno che passerà alla storia per l’assedio al Parlamento di Madrid da parte di una folla inferocita scesa in strada a protestare contro i tagli del governo e i privilegi della “casta” di politici e funzionari pubblici.

Problemi che in Italia sono di casa, tanto che molti connazionali si sono domandati: “che cosa aspettiamo a scendere in piazza anche noi?”. La domanda è rimbalzata in Twitter e qualcuno si è risposto che quando il settore pubblico verrà toccato come è già accaduto in Grecia e in Spagna anche gli italiani marceranno su Roma.

Mentre i notiziari italiani nascondevano colpevolmente la notizia, molti cittadini hanno seguito la manifestazione in streaming via internet e  hanno potuto assistere alle scene di guerriglia urbana ormai troppo tristemente familiari. Quello che molti italiani ignorano, però, è che i cugini di Spagna non sono sempre stati così audaci. Mentre negli anni passati noi scioperavamo al primo segnale di malessere, loro se ne stavano tranquilli e accettavano di buon grado il sussidio di disoccupazione (il famoso “paro” che copre per 23 mesi gran parte dello stipendio) approfittandone per studiare, lavorare in nero o riposarsi (chi ha fatto impresa in Spagna sa non sono rari i dipendenti che lo chiedono).

Se gli spagnoli si sono trasformati in macchine da guerra è perché oggi la Spagna è in ginocchio, sebbene i suoi politici, Zapatero prima e Rajoy adesso, abbiano fatto di tutto per dipingere la situazione meno grave di quella che è. Chi vive qui sa che l’economia del paese è più ferma dell’acqua di un lago. Tutti gli indicatori socio-economici del Paese sono disastrosi. Imprese e negozi muoiono sterminati da un sistema creditizio che ha chiuso tutti i rubinetti. Il lavoro è un miraggio. Chi può emigra in cerca di fortuna. Il resto è miseria quotidiana. Agenti immobiliari che aprono ristoranti che poi falliscono, imprenditori che vendono assicurazioni, manager che danno lezioni private di spagnolo, giornalisti che subaffittano stanze del proprio appartamento e tanti, troppi, padri di famiglia disperati. Storie reali di gente che conosco, non lette sui giornali. E vivo a Barcellona, una delle città in teoria più ricche del Paese.

Bandiere catalane ai balconi delle case a Barcellona

Ma non c’è solo la crisi economica. Ci sono i venti del nazionalismo catalano che soffiano prepotenti. Ne avevo scritto solo una settimana fa nel post Barcellona, la Catalogna e la voglia di indipendenza, ma dopo il fallimentare incontro (come si prevedeva) tra Rajoy e il presidente della Generalitat Artur Mas sul cosiddetto “patto fiscale” la situazione è precipitata. Mas ha convocato elezioni anticipate per il 25 novembre (avrebbero dovuto tenersi nel 2014), sperando di assicurarsi il consenso popolare per poter condurre la Catalogna a un referendum che sancisca la definitiva separazione dalla Spagna. Un progetto che, a discapito dei numeri sbandierati dai nazionalisti e dalla massiccia adesione alla protesta dell’11 settembre a Barcellona, sembra non convincere del tutto i catalani.

Sono ancora molti i cittadini che pensano che la secessione, seppure condotta in modo pacifico, non sia un diritto sancito costituzionalmente e che la sua messa in atto violerebbe, tra l’altro, il diritto di uguaglianza tra le persone. Non pare democratico obbligare unilateralmente i cittadini a rinunciare alla propria cittadinanza a favore di una che non sentono e non desiderano. Proprio ieri un’amica giornalista mi ha detto, tra il serio e il faceto: “Se riescono portare avanti questa follia aiutami a farmi avere il passaporto italiano. Io mi rifiuto di avere quello catalano”.

Ma è ancora più curioso vedere come le ambizioni nazionaliste siano difficilmente compatibili con le politiche europee. Nonostante le speranze degli indipendentisti, la cosa più probabile è che l’UE, costruita proprio sulla rinuncia degli stati a una parte della loro sovranità nazionale, releghi la piccola nazione catalana in fondo alla coda dei “ministati” in lista d’attesa per un riconoscimento, che forse non arriverà mai. La Catalunya come il Kosovo, insomma.

Anche il Pil procapite, che secondo i nazionalisti aumenterebbe con la separazione (con l’attuale sistema fiscale oggi  circa 16 miliardi di euro escono dalla Catalogna per non rientrare) suscita perplessità. Artur Mas promette alle imprese un governo “business friendly, ma le poche e spesso deboli imprese catalane potrebbero subire una contrazione delle esportazioni verso la Spagna, che oggi rappresentano una percentuale importante del loro giro d’affari. La Catalogna dovrebbe dotarsi di una nuova moneta e rinegoziare i rapporti economici con gli altri stati, dovrebbe affrontare nuove spese per dotarsi di difesa militare propria e il paradiso potrebbe presto trasformarsi in un incubo d’isolamento.

Certo, ai catalani resterebbe l’orgoglio locale: il Barça. Ma contro chi giocherebbe visto che non apparterebbe più alla Liga spagnola? I nazionalisti hanno pensato anche a questo e hanno deciso che per una causa così importante si può anche scendere a patti con Madrid e chiedere l’iscrizione al campionato spagnolo.

Vista la situazione, la manifestazione del 25 settembre a Madrid non stupisce. Sorprende invece la voglia di emulazione degli italiani. Davanti al Parlamento spagnolo sono rimasti 265 chili di pietre e la manifestazione si è conclusa con 64 feriti e  35 arresti.  Le testimonianze di molti manifestanti raccolte dai quotidiani riconoscono che la violenza è nata da gruppi di estremisti estranei al movimento, nato in modo pacifico.

È indubbio che in Spagna stiamo vivendo un momento di grandi cambiamenti e che le crescenti tensioni sociali possono prendere strade pericolose. In Italia la situazione non è ancora a questo punto ma procede a passo spedito. Abbiamo davvero bisogno di mettere a ferro e fuoco Roma per punire chi ci governa?

Le difficoltà economiche e l’inadeguatezza della politica hanno già creato mostri in passato. I loro spettri vagano oggi più inquieti che mai nei nostri cieli. E fanno paura.

4 commenti

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    Luca settembre 26, 2012

    I fatti di Spagna e Grecia sono certamente momenti duri che meritano le tue giuste riflessioni. Non credo che il tempo di una rivoluzione sia sufficiente perché possa scindersi il legame forte che lega i grandi portatori d’interesse (Eni, Erg Petroli, Caltagirone, Ansaldo, etc…) al Vaticano come alla classe politica. Credo che in Italia, ragionevolmente, si possa sperare in una rivoluzione che favorisca la valorizzazione del senso civico, purtroppo da molti anni assente anche nei programmi scolastici. Il diffuso patrimonio storico-artistico, l’attitudine alla ricerca e il senso innato per l’eleganza che ci contraddistingue, giocherebbero in nostro favore.

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    Lucio settembre 26, 2012

    Ottimo articolo Patrizia, hai dato a noi lettori una visione molto più chiara della situazione Spagnola, onestamente e leggendo i giornali mi ero fatto un’idea differente. Mi auguro solo da cittadino del mondo che presto torni a splendere il sole. ne abbiamo bisogno tutti. ciao

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    Catalana settembre 30, 2012

    Ottimo articolo e interessante sulla realtà qui in Catalogna. Sono nata a Barcellona, da nome catalano, parlo e scrivo bene la lingua locale, ma non capisco o non sono d’accordo con ciò che sta accadendo qui. Siamo tanti nella mia posizione, piuttosto che l’indipendenza della Catalogna hanno tutti provenienza di molti popoli della Spagna, da tanti, ma pochi osano parlare. Triste vedere come una cultura imprenditoriale, dinamica e aperta al mondo come la nostra era, improvvisamente usa ricatti e manipolare le coscienze verso il fondamentalismo e la definizioneé questa: fondamentalismo. Essere indipendenza nazionalista in Catalogna è una questione di fede, lontano dalla ragione e della solidarietà, come ogni formula radicale e di divisione. E ‘un peccato che nelle attuali circostanze il popolo catalano -spagnolo da sempre- stato di non sviluppare una più critica, ma il sistema scolastico ha impedito da 30 anni fa. Scusate il mio italiano ma ho pensato meglio, nella vostra lingua, perche il piu importante é comunicare. Il mio è lo spagnolo e poi, il catalano ma prima di tutto, pensare.

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