Marco Missiroli: “Il ruolo dello scrittore? Rivelare”

Marco Missiroli: “Il ruolo dello scrittore? Rivelare”

Marco Missiroli è un fuoriclasse della scrittura. Mi sono fatta questa idea leggendo il suo ultimo libro, Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli) e ho voluto incontrarlo per capire da dove viene il talento di questo giornalista trentaquattrenne, originario di Rimini ma trapiantato a Milano, città in cui, oltre a scrivere i suoi romanzi e a collaborare il Corriere della Sera, Vanity Fair e RaiRadio2, lavora come caporedattore di Riza, rivista di psicologia che per Missiroli è un’oasi di tranquillità perché «occuparmi di fiori di bach mi pulisce la testa».

Missiroli tavolino

Marco Missiroli al tavolino del locale milanese dove è nata buona parte di “Atti osceni in luogo privato”

Incontro Missiroli nel locale milanese che frequenta abitualmente a due passi dalla sua redazione e mi diverte fotografarlo seduto al tavolino dove per molti mesi ha scritto Atti osceni in luogo privato (qui la mia recensione).

Marco, che ha all’attivo altri quattro romanzi, il primo dei quali nel 2005 vinse il Campiello (Senza coda – Fanucci), è un tipo imponente, nel senso che è alto un metro e novantadue e ha un pizzico di timidezza che inizialmente gli fa misurare le parole. Ma quando si lascia andare, specie se parla del suo libro, lo fa con grande trasporto e simpatia e non si ha difficoltà ad intendere come abbia potuto scrivere un romanzo così potente, in cui l’elemento autobiografico è importante.

Con una dialettica impeccabile, Missiroli non solo risponde al mio bombardamento di domande, ma si cala spesso nei panni dell’intervistatore per conoscere la mia opinione sulla sua opera e, cosa rara, sapere qualcosa di me. Per la cronaca, mi suggerisce di fare radio. Se c’è qualcuno interessato alle mie chiacchiere ne sarò felice…

Al termine della nostra conversazione sono persuasa di aver conosciuto non solo un ottimo scrittore, ma anche una gran bella persona. Di quelle che fa davvero piacere raccontare.

Marco, ti faccio la più classica delle domande. Come è nato Atti osceni in luogo privato?

È un romanzo che non avevo preventivato. Io dovevo scrivere un altro libro “dei miei”, ovvero uno di quei romanzi molto controllati, con strutture ben congeniate e di forte impatto morale. Avevo ancora sette mesi per pensarci perché era giugno e io inizio sempre a scrivere in gennaio. Quel giorno, però, ero a Rimini steso al sole su un lettino e mi sono alzato di colpo, sono tornato a casa e mi sono messo al computer. Ho scritto dieci pagine, il giorno dopo altre dieci e in ventun giorni avevo terminato la prima stesura di Atti Osceni in luogo privato. Non mi era mai capitata una cosa del genere.

Vedo che in genere sei molto metodico, che cosa è accaduto questa volta?atti osceni in luogo privato

Dopo la prima stesura ci sono voluti altri due anni per arrivare alla versione definitiva, ma in genere ci metto quattro anni per scrivere i miei libri perché non scrivo mai più di una pagina al giorno. Con Atti osceni in luogo privato ho capito che avevo davvero avuto “una voce”. I miei libri precedenti non avevano mai avuto nulla di erotico, di crescita sentimentale sì, ma sessuale no.

Il titolo è tuo?

Sì, me lo chiedono tutti perché Atti osceni in luogo privato sembra un titolo “furbo”, da operazione di marketing dell’editore, ma non è così. Questo è il libro più spontaneo e meno razionale che io abbia mai scritto. È un libro denso, che si può leggere in breve tempo. È il titolo che mi ha spinto a scrivere il romanzo così com’è, il titolo è stato un faro che mi ha guidato.

Che cosa c’è di te in Libero, il protagonista di Atti osceni in luogo privato?

La perdita tardiva della verginità, intorno ai vent’anni, che a Rimini si sconta molto, perché in genere si perde a quattordici o quindici anni. Quando poi è successo, dopo cinque anni di “delirio”, ho capito che mi ero perso non solo un mondo erotico ma anche una percezione sentimentale. Chi non fa l’amore presto sviluppa un occhio chirurgico verso il femminile perché lo desidera più degli altri. Di mio, in Libero, ci sono la timidezza, la gradualità, la lentezza il suo stupore e l’irrisoluzione. So che la voce di Libero è così naturale da sembrare una confessione, ma non tutto è autobiografico.

Monsieur Marsell, il papà di Libero, che trovo una delle figure più riuscite nel romanzo, assomiglia a tuo padre?

In parte sì perché mio padre è un “padre ninja”, non invisibile ma mimetico, sempre discreto, silenzioso, anche se molto profondo. Ha avuto un infarto quando aveva quarantanove anni ma ne è uscito, anche se secondo me una parte di lui è morta quel giorno lì. Un padre delicato, ma sempre presente anche quando non c’era. Da lì è nato Monsieur Marsell, un padre presente nell’assenza.

Ti emozionavi scrivendo?

Sì, molto. Ero emozionato perché mentre scrivevo mi rendevo conto che avevo un magma potente dentro di me e che questa era la prima volta che mi riusciva di scrivere un libro così viscerale. Prima la mia scrittura era ingegneristica e non so se mi verrà mai un altro romanzo così.

Missiroli e La Daga

Un selfie con Marco Missiroli dopo l’intervista

Chi è stata la prima persona a cui ha fatto leggere Atti Osceni in luogo privato?

Mio padre. Quando ha terminato di leggere il libro è uscito dallo studio con le orecchie rossissime, emozionato e ha detto a mia madre: «Fiorella, Marco ha scritto un libro in cui è veramente nudo». Credo che abbiano capito come sono veramente grazie a questo libro. Me lo ha detto anche la mia fidanzata.

Qual è stata la cosa più bella che ti hanno detto sul libro?

Mi hanno detto che è stato scritto non per chi scrive ma per chi legge. E che è un libro che ti riconcilia con la lettura. A causa della copertina, che trae un po’ in inganno, mi scrivono molte persone che non sono i miei soliti lettori di profilo alto, diciamo “adelphiano”. Gente che mi dice che da anni non leggeva e che è stata tirata dentro dalla storia senza poter smettere.

Pur essendo uomo hai saputo dipingere i personaggi femminili in modo perfetto. È più un romanzo femminile o maschile?

Io credo che il mio sia un romanzo di percezione maschile con un terreno femminile. Questo lo rende universale. Chi si ribella un po’ in questo libro sono gli uomini che cercano il “sangue vero”, invece la storia si ferma al sangue sentimentale. Chi domina, però, è l’utero materno, è un libro sulle madri.

Qualche critica?

Sì, ci sono due parole che mi irritano quando fanno riferimento al mio libro: “furbo o ruffiano”. Non lo è. Mi hanno detto anche che non mantiene quello che la copertina e il titolo promettono e su questo forse un po’ hanno ragione.

Il libro, oltre a tracciare una mappa sentimentale di Parigi e di Milano, è colmo di citazioni di libri famosi. Le hai cercate espressamente?

piazza s.a.

Piazza Sant’Alessandro. Uno dei luoghi che tracciano la mappa sentimentale di Milano in “Atti osceni in luogo privato”

No, mi sono venute. Io sono un lettore tardivo, ho cominciato a vent’anni, mia mamma è insegnante. Io prima ero un ragazzino strutturato sul beach volley e sul motorino, nulla più. Come Libero, a vent’anni mi sono trasferito a Bologna per studiare Scienza della Comunicazione e lì ho cominciato davvero a vivere. So che è da pazzi scrivere un libro parlando di libri e perlopiù con libri cliché. È che io li avevo interiorizzati. Tutto il romanzo è venuto in modo spontaneo. All’inizio non c’era nemmeno il personaggio di Maria.

Perché questa passione per la “negritudine”, parola che ripeti spesso nel corso del romanzo?

Stare con una persona di colore è un’esperienza a se stante, perché ha sapori e odori molto forti, dati dalla razza. Per cui era quella la parola da usare.

Perché hai deciso di non candidare Atti osceni in luogo privato al Premio Strega?

Perché con Feltrinelli ci siamo resi conto che non era il libro giusto per quel tipo di premio, di base molto conservatore.

Qual è il ruolo di uno scrittore nella società secondo te?

Credo che il ruolo sia cambiato con il tempo. Oggi tantissime persone scrivono, perciò è un ruolo più sfaccettato e si scrive molto per se stessi. Vedo che si va sempre di più sull’egocentrismo, tanti libri in libreria sono fatti con un movente personale. Io credo che il ruolo reale dello scrittore si riassuma nella parola “rivelare”. Rivelare una bella storia, rivelare coscienze, rivelare denuncie, rivelare qualsiasi cosa.

Qualche scrittore che ammiri tra gli italiani viventi?

Ammaniti e Fontana, che è anche un amico.

Stranieri?

Tantissimi: Roth, McCarthy, Carrère, Houellebecq. Non amo invece gli spagnoli e i sudamericani. L’unico è Bolaño e forse qualcosa anche di Vargas Llosa.

Dici di essere uno scrittore metodico. Quali sono i tuoi riti fissi?

A parte atti osceni in luogo privato, che ha stravolto tutte le mie regole e mi ha fatto persino venire la tachicardia e svenire davanti al computer, di solito scrivo tra le sette e le nove del mattino, poi vado a lavorare e la sera aggiusto quello che ho scritto. Il formato è sempre 14×21, carattere Garamond 13, una pagina al giorno mai una riga di più o una di meno.

E se ti viene da scrivere di più?

Aspetto e il giorno dopo sono più contento perché so come andare avanti. Un tratto hemingueiano…

Hai già qualche idea per prossimi libri?

Assolutamente no. Dopo questo enorme sforzo sono un po’ svuotato, ma spero che mi venga di nuovo un romanzo viscerale come Atti osceni in luogo privato.

Marco Missiroli partecipa alla campagna pro-libri #LeggerePerché. Guarda qui il suo video-invito alla lettura.

Se ti è piaciuto questo post, non perderti i prossimi. Clicca qui e iscriviti subito per ricevere tutti gli aggiornamenti

2 commenti

  1. Avatar
    Ventura, Helena aprile 10, 2015

    L’intervista e` interessante e vorrei comprare il libro, per leggerlo.
    Spero che mi piaccia!

Scrivi un commento

La tua mail non sarà pubblicata. I campi con * sono obbligatori*