Il nome giusto

Il nome giusto

Ha molti pregi il libro dell’esordiente Sergio Garufi, primo tra tutti quello di non essere banale, cosa che quando si scrive un romanzo autobiografico è un rischio assai frequente.

“Il nome giusto” parte da un espediente narrativo non del tutto originale ma quantomeno insolito, la morte del protagonista, un milanese che alla vigilia del suo quarantottesimo compleanno è vittima di un incidente e si ritrova a passeggiare per le strade del suo quartiere in veste di ectoplasma, in attesa di un definitivo trasferimento nel luogo dell’eterno riposo.

Il punto di partenza di tutti i suoi vagabondaggi è la bottega di Lino, un rivenditore di libri usati a cui è stata ceduta tutta la sua biblioteca. Invisibile agli occhi dei vivi, il fantasma del narratore, che in vita era stato antiquario e grande appassionato d’arte e letteratura, di volta in volta segue i clienti del libraio che acquistano uno dei suoi tesori e nel raccontare abitudini e vizi di quei lettori, giunge a ricordare scorci della sua vita legati alla lettura di questo o quell’autore.

È così che l’arte e la letteratura entrano nel romanzo in modo imponente, anche se a mio parere, talvolta troppo didascalico. Pagine intense, come quelle dell’incontro giovanile con Borges, un uomo che lascerà il segno nel suo percorso culturale, si alternano a pedanti elenchi di scrittori “ammantati da un’aureola leggendaria”, per dirla con l’autore, che rallentano un poco la narrazione e danno la sensazione di trovarsi davanti a un bigino di letteratura per studenti alle prese con il compito in classe.

Che la cattedra piaccia all’autore si nota anche dalla prosa sofisticata, che obbliga più volte il lettore a ricorrere al dizionario per cercare il significato di parole come: anosmico, ierofania, adorcismo, siliquastro, paremiologia, scotomizzare, flusso banausico e altre ancora che misteriosamente non disturbano la lettura ma al contrario le regalano grande raffinatezza. In alcuni passaggi questo stile quasi adulterato viene sostituito da un linguaggio colloquiale, a tratti volgare, che il lettore affronta tuttavia con naturalezza, poiché indotto ad associare la vita inconcludente del protagonista con il codice descrittivo delle cose terrene fatte di corpi, vizi e piccole meschinità, mentre ci si attende che la storia dell’arte venga trattata con poetica riverenza.

Come italiana residente a Barcellona non ho potuto non soffermarmi con occhio esigente sulle pagine in cui Garufi racconta le estati del suo protagonista bambino in questa città della Spagna, ma l’autore ha superato la prova con citazioni  sempre accurate e immagini corrispondenti al vissuto reale.

Le pagine più godibili, quelle in cui il lettore arriva a provare una sorta di pietà per il protagonista, che da vivo come da morto sembra essere condannato a un randagismo perpetuo, tipico di una generazione di peter pan quarantenni, sono quelle dedicate alle vicende familiari, dal fallimento dell’attività alla separazione dei genitori, dal suicidio del padre alle relazioni con i fratelli, vicende in cui non mancherà il classico colpo di scena. Il rapporto del protagonista col padre è forse l’elemento dominante, più ancora di quello con Anna, la donna con cui l’uomo ha appena cominciato a convivere.

“I padreterni finiscono per generare figli crocifissi” scrive a un certo punto Garufi e in questa frase mi sembra di cogliere il senso di molte sconfitte che il protagonista dovrà subire nel corso della sua vita. È nel racconto di questi ricordi che il romanzo dà il meglio di sé e giunge a tratti a commuovere.

Il finale è un cerchio che si chiude e lascia il lettore soddisfatto, perché gli offre le risposte che cerca e gli dona la certezza di avere imparato qualcosa.

Una nota di merito va alla copertina del libro che ho trovato attraente al primo sguardo. Sarà il fascino di tutti quei libri che occhieggiano attraverso la porta aperta del negozio o sarà per i colori sgargianti che mettono ancora più in evidenza il bianco e nero del fantasma appoggiato alla porta, ma la voglia di leggere il romanzo è cominciata da li. Come a tavola, anche in libreria l’occhio vuole la sua parte.

Titolo: Il nome giusto
Autore: Sergio Garufi
Editore: Ponte alle Grazie
Prezzo: 16 €
Voto: 7 1/2

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