Donne, figli, carriera. Le condizioni per la parità dei sessi.

Donne, figli, carriera. Le condizioni per la parità dei sessi.

“Nessuna donna che occupi posizioni di vertice in Italia ha ancora detto la sua” su uno dei temi più dibattutti negli Usa in queste settimane: donne, carriera e famiglia. Lo scrive Linkiesta nell’articolo “Smettiamo di desiderare la parità dei sessi, non la avremo mai.”

Io non occupo nessuna posizione di vertice e la mia è soltanto una voce tra le tante, ma in quanto donna che da anni cerca di destreggiarsi tra figli e lavoro, mi permetto di partecipare al dibattito sollevato dalle dichiarazioni di Anne Marie Slaughter, professoressa di Princeton che poche settimane fa si è dimessa dall’incarico di consigliera di Obama sostenendo che “le donne non possono avere tutto”.

Madre di figli adolescenti la Slaughter ha deciso di rinunciare al suo prestigioso incarico per seguire i suoi ragazzi da vicino e nel suo documento-testimonianza pubblicato da Atlantic, e in parte ripreso dal blog del Corriere della Sera La 27sima ora scrive:

Non avevo semplicemente bisogno di andare a casa: mi sono accorta che, dentro di me, lo desideravo intensamente. Volevo poter trascorre il tempo con i miei ragazzi negli ultimi anni, prima dell’università, gli anni cruciali per il loro sviluppo in adulti responsabili, impegnati e felici. Ma questi sono anni insostituibili anche per me, per godermi le semplici gioie di essere madre – le partite, i saggi di pianoforte, la colazione a casa, le gite in famiglia, le festività tradizionali.

Oppressa da orari impossibili e responsabilità inimmaginabili questa donna bella e intelligente, pur supportata da un marito che l’ha aiutata e sostenuta come molti uomini non fanno, ha deciso di tirarsi indietro “accontentandosi” del ruolo di professoressa a Princeton, cosa che per molte di noi rappresenterebbe già un successo stellare.

Di tutto il racconto della Slaughter la frase che più è rimbalzata da un articolo all’altro sulla stampa italiana recita così:

È ora che le donne in posizioni di potere riconoscano che, benché impegnate a sfondare soffitti di cristallo, molte di noi contribuiscono a ribadire una falsità, ovvero che “farcela nel lavoro e nella famiglia” dipende, più di ogni altra cosa, dalla caparbietà personale.

Quando ho letto per la prima volta quest’affermazione ho pensato: “Alleluja, una che non ha paura di dire le cose come stanno”.

Sono una di quelle che pensa che un figlio non ti ha chiesto di venire al mondo e se decidi di farlo dovresti dedicargli attenzione. Non mi hanno mai nemmeno convinto le teorie che privilegiano la qualità del tempo trascorso con i figli sulla quantità. Per questo mi trovo assolutamente d’accordo con la Slaughter sul fatto che per quanta buona volontà e determinazione una donna metta nel mantenersi in equilibrio sulla traballante fune della carriera-famiglia, prima o poi inciamperà nei sensi di colpa o cadrà nella rete della frustrazione.

Conosco molteplici tipologie di donne tra i quaranta e i sessant’anni, l’età in cui in genere le scelte più importanti della vita appartengono al passato, la direzione è stata tracciata e salvo cataclismi, le correzioni di rotta dovrebbero rappresentare semplici aggiustamenti. Quasi tutte hanno qualche cicatrice lasciata da scelte non facili. C’è chi le mostra e chi le nasconde. Sono evitabili? Io credo di no. Almeno non in una società in cui per esistere agli occhi degli altri occorre affermarsi attraverso quello che si fa e quello che si ha. In altre parole, finché il cosa fai sarà più importante di ciò che sei, le donne continueranno a soffrire per non riuscire a dimostrare a se stesse e al mondo di essere in grado di realizzare tutto quello che si sono prefissate: fare carriera, curare la propria forma fisica, essere mogli e compagne amorevoli, madri ineccepibili, perfette padrone di casa e possibilmente essere sorridenti e felici come nelle pubblicità.

Fino a quando i ritmi frenetici imposti dallo stile di vita attuale non verranno sostituiti da equilibri più flessibili, che premino il naturale desiderio di gratificazione professionale e personale di uomini e donne, senza però pretendere di trasformarli in super eroi con giornate da venti ore ciascuna, non abbiamo speranza di uscire dalla formula “o i figlio o la carriera”.

Se per poter rompere il famoso tetto di cristallo, ovvero per occupare le posizioni ritenute prestigiose in termini sociali ed economici, oggi riservate prevalentemente agli uomini, occorre svegliarsi alle quattro del mattino come faceva la Slaughter e stare lontani da casa per giorni interi, le donne saranno sempre tagliate fuori dalla competizione principalmente per autoesclusione. La vita è una sola perciò o si umanizzano i ruoli o gli uomini avranno sempre un vantaggio significativo perché per le madri, specie per quelle italiane, i figli “so’ pezzi ‘e core” e a non permetteranno mai che a crescerli siano degli estranei. Che poi gli Stati possano e debbano fare di più per supportare le madri lavoratrici è un dato di fatto, ma anche con asili aperti 24 ore una super manager, se obbligata da un’agenda impossibile, resterà una madre piena di sensi di colpa.

Le aziende più giovani e illuminate mostrano sempre più spesso di aver capito che una madre serena può essere una professionista migliore e viceversa e dotano le loro sedi di asili, ludoteche, orari flessibili, per chi sceglie di formare una famiglia pur volendo continuare a dedicarsi alla propria attività. Lavorare per obiettivi e gestire il tempo in modo più autonomo può essere una via, ma parlarne in tempi di crisi come questi sembra un’utopia.

In questo pantano economico e sociale leggiamo la notizia della recente nomina a Ceo di Yahoo di Marissa Mayer, trentasettenne in attesa di un bambino. Sarà un’altra vittima de “il lavoro prima di tutto” o l’aiuteranno a godersi ruolo e bambino nel migliore dei modi? Chiediamoglielo fra qualche anno.

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