A tu per tu con Paolo Di Paolo: “Ho poca dimestichezza con le trame”

A tu per tu con Paolo Di Paolo: “Ho poca dimestichezza con le trame”

Di PaoloL’appuntamento con Paolo Di Paolo è presso l’affollata lounge del Circolo dei lettori al Salone del Libro di Torino. Lo scrittore arriva con l’aria stanca, accompagnato dall’addetta stampa di Feltrinelli, casa editrice che ha pubblicato il suo ultimo romanzo Mandami tanta vita, tra i dodici finalisti del Premio Strega 2013.

L’ambiente è rumoroso e la conversazione non è delle più agevoli, ma Di Paolo riesce a mantenere la concentrazione e risponde diligentemente a tutte le domande senza risparmiarsi. La sensazione che si ha parlando con questo quasi trentenne è di trovarsi di fronte a una persona molto più matura, per lo meno rispetto alla media dei suoi coetanei  (e mi perdonino i trentenni non affetti da sindrome di Peter Pan).

Nonostante i modi posati, l’assennatezza dell’eloquio e i sorrisi tirati, Di Paolo trasmette passione ed entusiasmo per il suo lavoro e non nasconde la soddisfazione per la buona accoglienza ottenuta dal suo romanzo. Ed è di quello che cominciamo a parlare.

Perché un romanzo dedicato a Piero Gobetti?

Diciamo che è stato un incontro casuale. Gobetti dà il nome a molte strade e a molte piazze in giro per l’Italia e io, da studente, mi trovavo a percorrere ogni giorno la via Piero Gobetti a Roma. In me era sorta un po’ di curiosità per questo personaggio ma non avevo mai approfondito fino a quando mi è capitato tra le mani l’epistolario tra Piero e Ada, che si intitola Nella tua breve esistenza. Si tratta delle lettere del loro amore, dall’inizio fino agli ultimi giorni di Piero. Sono rimasto entusiasta e commosso da quella lettura, perché non è solo una storia d’amore ma è anche un progetto intellettuale. Ada è la destinataria di quello che poi sarebbe diventato il titolo del mio libro, Mandami tanta vita, una frase rivolta a lei che io trovo molto bella, anche se ho corso il rischio di dare intendere che fosse un titolo allocutivo, di quelli che si rivolgono direttamente al lettore.

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Quindi, il titolo l’hai scelto subito?

Sì, non ho avuto bisogno di pensarci molto perché il titolo mi è venuto “tirandolo via” dall’epistolario; Piero scrive ad Ada: “le tue lettere per me sono vita, mandami tanta vita”. Mi è sembrato subito il titolo giusto.

Con questa storia avresti potuto fare anche un saggio, invece hai scelto di scrivere un romanzo. Come mai?

Sì, la sensazione che potessi scrivere un saggio narrativo l’ho avuta; la seconda opzione era quella di riattraversare la vita di Piero attraverso un racconto biografico narrativo molto più fedele, senza invenzioni. Ero partito su questa pista ma gli editori in molti casi mi hanno scoraggiato. A un certo punto, scrivendo, ho sentito la necessità di smarcare la storia dai nomi e dai cognomi e prendermi la libertà, cosa che magari farà saltare sulla sedia gli storici, di raccontare il “mio” Piero. Ho capito che ciò era possibile solo quando, da una costola di Piero, ho sentito che poteva nascere Moraldo. Nella mia testa c’è stato un momento in cui ho visto una scena in cui Moraldo, dopo una conferenza di Gobetti, vorrebbe andargli incontro, ma non ne ha il coraggio. Ecco, lì è nato il romanzo.

Quanto tempo ti ci è voluto per scrivere Mandami tanta vita?

Il progetto mi girava per la testa già dal 2008, la stesura è stata di sei o sette mesi, mentre la documentazione ha richiesto un paio d’anni.

I due protagonisti hanno caratteri opposti, Piero risoluto ed entusiasta, Moraldo più insicuro. Tu con chi ti identifichi di più?

Con nessuno dei due pienamente. Piero perché è inconfrontabile con qualunque esperienza; in certe giornate, invece, credo di aver provato i sentimenti di Moraldo. Li ho sentiti perché l’orizzonte asfittico e cupo che abbiamo davanti a volte ti fa pensare che non c’è nessuna possibilità, ti costringe a essere un po’ Moraldo e, anche volendo essere Piero, non ce la fai. Credo che da questo punto di vista Moraldo sia un personaggio molto contemporaneo. È quel tipo di giovinezza che sente di essere ospite di un tempo ingrato e a volte si fa abbattere dal malumore, dalla tentazione di lasciare tutto, di non muoversi. E allora, l’esempio di Piero diventa il modello da seguire.

C’è stato qualche momento in cui la storia non procedeva?

Sì, dovevo fare in modo di trovare un equilibrio affinché Piero, che è un personaggio storico, non schiacciasse la figura di Moraldo. Non so se ci sono riuscito, ma ho tentato di seguire i due in parallelo, quasi al punto di rendere Moraldo, non dico più protagonista, ma almeno quello che tiene in mano il filo della storia.

Tu sei romano ma la storia è ambientata a Torino e a Parigi. Come hai potuto rendere così bene le atmosfere, specialmente quella torinese?

Ho frequentato molto Torino, il centro Gobetti e tutti i luoghi dove sono conservati i documenti. E poi ho effettivamente cercato di catturare l’atmosfera della città. La cosa più soddisfacente per me è stata che molti lettori del capoluogo piemontese hanno detto che è una Torino credibile, ed essendo i torinesi molto legati alla loro città, quest’affermazione mi ha molto confortato.

Patrizia La Daga, Paolo Di Paolo

Foto ricordo con Paolo Di Paolo al Salone del Libro di Torino

Riesci a trovare un difetto e un pregio al tuo romanzo?

Un pregio: essermi concesso questa libertà che allo storico non è permessa e che per me, da lettore a cui piace leggere romanzi in cui si parte da figure storiche, è comunque una forma di conoscenza.

Un difetto: credo di essere dotato di poca dimestichezza con le trame, lavoro molto di più sulle atmosfere. A volte lo spessore psicologico dei personaggi ferma la narrazione. È un difetto costitutivo, ci sono momenti in cui mi blocco, mi sembra che la storia non proceda. È anche una questione di rapporto fra immaginazione e fantasia. Io credo di essere dotato di molta immaginazione, ovvero, so partire da una realtà, da un volto o da un tema e immaginare una storia, mentre la fantasia è un talento istintivo per cui, anche senza alcun dato reale, uno sa inventare qualcosa che sta in piedi. Ecco, questo non mi riesce. Penso che gli scrittori si possano dividere tra quelli che vivono la scrittura nella fantasia e quelli nell’immaginazione.

Il complimento più bello che hai ricevuto  su questo libro?

Il libro è uscito da meno di meno di due mesi e mi ha sorpreso perché, pur senza essere un bestseller, ha generato molto movimento anche in termini di lettori che si mettono in contatto con me sui social network e che mi scrivono. Quello che ho notato è che tutti si dichiarano molto commossi dalla narrazione di una giovinezza che sembra una reazione al disincanto dell’oggi. Io, dopo aver scritto una storia sul presente (Dove eravate tutti, Feltrinelli, 2011, ndr) , volevo scrivere una storia remota, anzi avevo voglia di disintossicarmi un po’ dal presente e invece mi sono reso conto che di avere scritto una storia che parla anche dell’oggi.

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Paolo di Paolo presenta il suo romanzo al Salone del Libro con la giornalista Chicca Gagliardo

Nella mia recensione di Mandami tanta vita  ho suggerito che un libro come il tuo andrebbe letto nelle scuole. Sei d’accordo?

A me fa molto piacere che tu lo dica perché penso che sia un libro che, pur raccontando la vita di una figura storica complessa, attraverso questo parallelismo tra Piero e Moraldo, un ragazzo di oggi possa riconoscersi, non nell’uno o nell’altro, ma nel fatto che il giovane lettore vive fasi che somigliano di volta in volta a una o all’altra posizione della giovinezza. E la giovinezza, lo sappiamo, può essere un momento molto drammatico. Io che ho ventinove anni (ne compie trenta il 7 giugno, ndr), ho visto diciassettenni che ho dovuto incoraggiare, cosa che mi sembra fuori dalla normalità. Per istinto biologico dovrebbero essere loro ad avere più slancio di me. A diciassette anni uno dovrebbe vivere il tempo e lo spazio dell’incantamento invece che del disincanto.

Ora ti stai godendo il successo del libro o hai già in mente nuove storie per il futuro?

La promozione del romanzo mi assorbe tantissimo, oggi si fanno una quantità di interviste, presentazioni, conferenze ed eventi che fino a cinque o sei anni fa non si facevano. Oggi tutto si moltiplica perché devi raggiungere tante fette di pubblico diverse: un lavoro molto stimolante, ma quasi più faticoso della stesura del libro e, quando ne esci, ne esci svuotato. Io a due mesi dalla pubblicazione del libro sono davvero molto stanco. Credo che quando, verso l’estate, avrò terminato questa fase, compresa la “buriana” dei premi, comincerò a pensare. In ogni caso è difficile che io abbia in testa una storia precisa. Per quel discorso che facevo prima sull’immaginazione, ho bisogno di realtà, di temi da cui partire e adesso ho delle immagini che circolano nella testa, ma devo aspettate che lievitino, che creino delle connessioni.

Visto questa grande stanchezza, cosa fai per rilassarti?

Leggo.

I tuoi autori o libri preferiti?

Fatico sempre a rispondere a questa domanda, ma posso dirti il libro che amo di più: è la Recherche (À la recherche du temps perdu di Marcel Proust, ndr). Senza, non sarei quello che sono.

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