Intervista a Marco Magini. Dall’esordio al Premio Strega.

Intervista a Marco Magini. Dall’esordio al Premio Strega.

magini primo pianoMarco Magini non è ancora un nome molto noto tra i lettori comuni, ma sono in molti a scommettere che lo diventerà. La stoffa dello scrittore di successo non gli manca.

Aretino, classe 1985, laureato alla London School of Economics, finalista con menzione speciale della giuria del Premio Calvino 2013, Magini, con il suo romanzo Come fossi solo (Giunti), è uno dei dodici scrittori candidati al Premio Strega 2014. Uno degli esordi più applauditi degli ultimi tempi.

L’ho incontrato nel corso di un movimentato aperitivo organizzato dal suo editore nei giorni del Salone del Libro di Torino. Con un bicchiere di spumante in mano, il sorriso stampato sulla faccia e l’allegria di chi vive tanta attenzione come una festa inattesa, Magini ha risposto pazientemente alle domande e, sebbene distratto dall’andirivieni di persone che desideravano complimentarsi con lui o solamente conoscerlo, mi ha dato l’idea di una persona che, nonostante il clamore, non si è montata la testa e si gode serenamente questi momenti di gloria.

Marco, il tuo libro è considerato l’esordio dell’anno. Finalista al Calvino e ora candidato al Premio Strega. Che effetto ti fa? Te lo saresti mai aspettato?

No, assolutamente no. L’ho scritto perché ho “incontrato” la storia del soldato serbo-croato Drazen Erdemovic per caso, me la raccontò una ragazza mentre stavo finendo la tesi. Mi colpì, ma per un po’ la lasciai in sospeso. In un periodo successivo, quando passai dallo studio al mondo del lavoro, l’impatto traumatico tra le mie aspettative e la realtà mi fece tornare in mente questa storia. Lo scrivere in quei momenti era qualcosa a cui aggrapparmi. La sera sapevo che c’era qualcosa a cui dovevo dedicarmi, qualcosa che per me aveva tanto significato.

Prima di allora ti eri mai dedicato seriamente alla scrittura? Avevi già qualche testo nel cassetto?

No. Ci avevo pensato, ma non ero mai passato all’azione. È stata la storia di Drazen a stimolarmi. Mi è sembrata una vicenda molto umana nella sua imperfezione, mi è parsa una storia che andasse al di là di quella dei Balcani e parlasse di tanti altri dilemmi.

Gli altri due personaggi come sono nati?

Il giudice Gonzáles è nato contemporaneamente a Drazen, perché la ragazza che mi ha raccontato la storia è una giurista e quella sera mi presentò il caso dal punto di vista legale (Drazen Erdemovic fu l’unico imputato reo confesso giudicato colpevole per la strage di Srebrenica, ndr). La terza storia, invece, inizialmente era un’altra. Avevo cominciato a scrivere, sotto forma di diario, la vita di Ana Mladić, ma dopo due anni mi sono reso conto che non funzionava. Tra l’altro, in quel periodo, un’autrice spagnola aveva scritto un romanzo con la stessa protagonista (La figlia, Clara Usón – Sellerio, ndr). Così ho eliminato quella parte e ho creato la storia di Dirk, il soldato dei caschi azzurri, per parlare del senso di colpa di noi occidentali per tutto quello che non siamo riusciti a fare per evitare il massacro di Srebrenica.

Quanto ci hai messo a terminare il romanzo?

Circa tre anni e mezzo, tra ricerca e stesura.

Magini La DagaTu hai una laurea in politica Economica internazionale e lavori a Zurigo. “Da grande” farai lo scrittore a tempo pieno o continuerai la tua carriera professionale internazionale?

Non so, adesso è presto per dirlo. In questo momento sto bene, sono felice e la necessità di scrivere è un po’ svanita.

Come sei arrivato al Premio Calvino? Avevi già presentato il romanzo a qualche editore?

No, non l’avevo presentato a nessuno, ma mentre lo stavo ancora terminando, una signora che lavora per Mondadori capitò nell’agriturismo dei miei genitori e io ne approfittai per chiederle a chi avrei potuto mandarlo. Lei, un po’ scocciata, perché probabilmente la mia è una domanda che le fanno in molti, mi disse: “mandalo al Calvino”. Mi informai e vidi che la scadenza per la presentazione dei manoscritti era piuttosto vicina, così feci un ultimo sforzo e inviai il testo ancora un po’ grezzo. Nei successivi quattro mesi continuai a lavorarci. Un pomeriggio ricevetti la telefonata di Mario Marchetti, il vice-presidente del Calvino, che disse: «Lei è Magini? Ha scritto lei quel libro pieno di errori di ortografia?». In quel momento pensai: “fantastico, mi chiamano per insultarmi…”. Invece, dopo mi disse che il libro è molto potente e che i lettori l’avevano amato, perciò ero in finale. A quel punto feci presente che avevo una nuova versione riveduta e corretta.

Quale è stata la cosa più difficile nella stesura del romanzo?

Quella che ho raccontato è una storia tragica, molto lontana dal mio vissuto. È stato difficile ma mi sono sforzato di avere il massimo rispetto per tutti, ho provato a utilizzare una scrittura che mi rendesse una presenza più distaccata possibile. Non volevo dare giudizi.

Il complimento più bello o emozionante che ti hanno fatto sul libro qual è?

Per ora per me è tutto davvero bellissimo, però le prime recensioni sono quelle che ti colpiscono di più e ti fanno più piacere, perché non sei preparato. All’inizio ti chiedi: “Chi lo leggerà mai?”. Invece, poi ti accorgi che si parla del libro, che sei stato capito. Una grande soddisfazione. E anche le critiche fanno bene. So di avere scritto un romanzo imperfetto e mi è stato molto utile il lavoro dell’editor.

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