Sofia si veste sempre di nero. Paolo Cognetti

Sofia si veste sempre di nero. Paolo Cognetti

cognetti-sofiaSono indecisa sul modo migliore per cominciare questa recensione. Potrei iniziare scrivendo che il libro di Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax), tra i 12 finalisti del Premio Strega 2013, mi è molto piaciuto, ma potrei anche sostenere che Sofia non l’ho sopportata dalla prima all’ultima riga. Ora, non è che un personaggio debba per forza stare simpatico al lettore, la letteratura è zeppa di protagonisti odiosi ma memorabili, a stupirmi invece è il fatto che di questa ragazza avevo sentito parlare un gran bene. Ecco, questo è quello che accade quando uno si crea delle aspettative. Ero convinta di incontrare una donna forte, un personaggio esemplare, e invece mi sono ritrovata tra le mani la storia di una ragazza fragile, che tira calci alla vita prima che la vita possa tirarli a lei.

Ma andiamo per ordine.

Sofia è figlia di Rossana e Roberto Muratore, coppia mal assortita che sul finire degli anni settanta ricorre al matrimonio riparatore quando scopre di aspettare un bambino. Convolare a nozze si rivelerà presto una scelta deleteria e l’arrivo della neonata Sofia, prematura per via di medicine assunte in modo irresponsabile dalla sua giovane madre, non farà migliorare le cose. Roberto, ingegnere progettista in Alfa Romeo, trascorre le sue giornate in ufficio circondato da motori e angosciato dallo spettro dei sabotaggi, dei rapimenti, delle gambizzazioni che imperversano negli anni di piombo.

 I colleghi di Roberto riuscivano a ignorare la guerra in corso, lui invece ci stava male. Quella era la trincea in cui gli toccava calarsi ogni mattina, e l’ansia certi giorni gli prendeva lo stomaco fino a fargli vomitare il pranzo. Tornava a casa pallido, sfinito. Se Rossana faceva domande, Roberto cambiava discorso o rispondeva rabbioso. «Leggi i giornali, diceva». «Fatti un giro per Milano, guarda cosa c’è scritto sui muri. Che altro vuoi sapere?» 

[…]

Rossana, esclusa dall’altra metà della vita di suo marito, cominciò a trattare la fabbrica come un nemico personale. Gli telefonava al lavoro con un pretesto, e il tono delle risposte di lui era talmente infastidito che spesso litigavano già per telefono, solo un anticipo di quello che andava in scena più tardi a casa.

Nel 1985 la famiglia Muratore si trasferisce a Lagobello, un complesso residenziale lontano dalla città nella speranza che il cambiamento di casa e la tranquillità del luogo favoriscano la rinascita della coppia. Sofia ha otto anni, un carattere bizzarro e tanto bisogno di attenzioni che non riceve. Per qualche tempo la bambina spera che le cose tra i genitori si mettano meglio, ma negli anni la depressione di sua madre e le assenze di suo padre faranno di lei un’adolescente sola e problematica che arriverà a tentare il suicidio.

Uscita sana e salva dalla clinica Sofia va a vivere con sua zia Marta, sorella di Roberto,  una delle poche persone con cui riuscirà a instaurare un rapporto di amicizia sincero basato sul rispetto.

Le avventure di Sofia adulta proseguono non senza sorprese, ma vale la pena di scoprirle leggendo le belle pagine che Cognetti regala al lettore. Ciò che non cambia fino alla fine è il suo carattere, la sua incapacità di cogliere il lato luminoso della vita che ben si esprime in quel vestirsi sempre di nero.

Sofia non mi piace – il personaggio, lo ripeto ancora una volta –  non il romanzo che è davvero godibile, perché incarna il tipo di persona autodistruttiva, capace di fare terra bruciata intorno a sé con la sua convinzione di non avere mai bisogno di nulla e di nessuno. Il suo attirare l’attenzione attraverso la trasgressione delle convenzioni sociali non intenerisce, bensì irrita. Le fa notare Leo, un uomo con cui sta per un certo tempo:

«C’è un unico modo sincero di piangere, ed è piangere da soli. Infatti non lo facciamo quasi mai».

«Cioè che cosa mi stai dicendo? Che piango per finta?»

«No piangi per me. Hai bisogno della mia compassione. E il modo più facile per ottenerla è quello. Lo impari appena nata».

Sofia è piena di risentimento per i suoi genitori. Ogni sua parola, ogni suo gesto riflettono l’odio per una madre che non è stata all’altezza del suo compito e un padre che è diventato tale troppo tardi. Quanti bambini hanno vissuto traumi infantili simili o peggiori senza vestirsi di nero “dentro e fuori” per tutta la vita?

Juri, un personaggio secondario che appare sul terminare del libro riassume perfettamente il sentimento di esasperazione che Sofia riesce a suscitare:

«Siete tutti figli di brave persone. Gente civile che non vi ha mai toccati con un dito. Vi costruite un’intera filosofia del rancore su traumi immaginari».

Veri o immaginari che siano, i traumi dell’infanzia sono un tatuaggio permanente che condiziona l’esistenza. Questo è il messaggio che Sofia si veste sempre di nero mi trasmette con prepotenza e che fatico a digerire, nonostante il romanzo sia costruito con maestria, attraverso salti temporali tra i capitoli, quasi mini-racconti indipendenti tra loro, che rendono ancora più coinvolgente la lettura.

L’unico rammarico che ho è non essere riuscita a far diventare Sofia un’amica. Incompatibilità di carattere al 100%.

  • Titolo: Sofia si veste sempre di nero
  • Autore: Paolo Cognetti
  • Editore: Minimum Fax
  • Prezzo: 14€
  • Voto: 8

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5 commenti

  1. Avatar
    Cetta maggio 14, 2013

    Ti rispondo qui cara Patrizia, perché è giusto farlo nella tua casa, il blog. Sofia si veste sempre di nero è davvero un bel libro e condivido la tua “antipatia” per la protagonista che, forse (ma anche senza), dipende dal fatto che tu, come me, sei una persona solare, che delle proprie esperienze, magari anche negative, ha fatto costruzione del sé, non distruzione. Nel salotto letterario in cui ne abbiamo parlato (Tempoxme) ho fatto una riflessione sul fatto che mi stupiva come un uomo potesse, con una buona dose di sensibilità, esplorare il disagio femminile tanto in profondità. Cognetti mi ha risposto che per lui il mondo non è diviso tra “come ragionano le donne” e “come ragionano gli uomini” e che per lui, vissuto in mezzo a tante donne, è stato più semplice descrivere loro (Sofia ne rappresenta tante) che i personaggi maschili. A rifletterci adesso, anche dopo aver letto la tua recensione, mi rendo conto che comunque la visione di un uomo è sempre parziale, o tutta bianca o tutta “nera”, perché, diciamolo, non c’è una donna uguale all’altra, neppure nella disperazione e nel dolore.

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      Patrizia La Daga maggio 14, 2013

      Grazie, cara Cetta, per questo tuo commento che condivido pienamente. Credo che non esistano due sensibilità uguali in tutto il genere umano, indipendentemente dal fatto di essere uomo o donna. E le sfumature spesso sono determinanti. Indubbiamente Cognetti è stato molto bravo nel cogliere gli aspetti autodistruttivi del suo personaggio e, devo dirti, mi sarebbe bastata qualche pennellata di colore, un barlume di serenità (non dico felicità perché sarebbe chiedere troppo) per rendermi Sofia meno “antipatica”. Ad altri personaggi, come Marta e Roberto, lo scrittore ha dato l’opportunità di maturare, mentre Sofia sembra bloccata nei suoi neri vestiti. Un peccato che nulla toglie, tuttavia, alla bellezza e all’intelligenza del romanzo.

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      elena maggio 14, 2013

      Ops!ovviamente intendevo dire “dopo aver letto” e non “dopo aver scritto” 😉

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        Patrizia La Daga maggio 14, 2013

        Cara Elena, grazie per il commento. Ho letto il tuo post e non posso che essere d’accordo. Nell’ottica del tuo blog, “Sofia si veste sempre di Nero” (il libro della Caruso non l’ho letto) non è certo un romanzo consigliabile. Tuttavia, trovo che ci siano tanti libri che pur non avendo una funzione “terapeutica” esplicita, rappresentano un’opportunità di riflessione e di crescita per chi li legge. In fondo, anche rispecchiarsi in un personaggio negativo può far venire voglia di cambiare. Buon lavoro.

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