Carlo Gabardini: “Sogno di scrivere canzoni e vincere Sanremo”

Carlo Gabardini: “Sogno di scrivere canzoni e vincere Sanremo”
Carlo Gabardini e Patrizia La Daga

Un incontro all’insegna delle risate quello con il brillante e simpaticissimo attore Carlo Gabardini

Intervistare Carlo Gabardini ha un effetto vitaminico. Cominci a ridere fin dalla stretta di mano iniziale (la foto insieme rende l’idea) e continui a farlo anche da sola, dopo esserti congedata, ripensando alla conversazione appena conclusa e alla simpatia di questo attore, sceneggiatore, conduttore radiofonico (per il programma Si può fare su Radio24) e ora anche scrittore, capace di mostrarsi senza filtri, come ha fatto nel suo Fossi in te io insisterei: Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere (qui la recensione) uscito lo scorso marzo per Mondadori.

Gabardini, oltre ad aver raggiunto anni fa la notorietà con il personaggio di Olmo nella serie Camera Café (su Italia1 dal 2001 al 2011) è diventato un simbolo della lotta per i diritti degli omosessuali da quando il suo coming-out finì in prima pagina su La Repubblica nel 2013.

L’attore, che ammette con candore le proprie insicurezze – «Non potrei mai fare il regista, rifarei ogni scena cinquemila volte perché non sono mai convinto di nulla» – mi racconta con naturalezza i dubbi e i timori che lo hanno assalito durante la stesura del libro, ma anche della sua vita e dei suoi progetti personali («potrei venire a trovarti in Spagna per sposarmi… ma per ora non saprei con chi»).

Una chiacchierata di quelle che si ricordano e si spera di ripetere con un uomo dalla personalità travolgente, un fiume in piena di parole, affermazioni, ripensamenti, dubbi, battute, riflessioni, memorie, sorrisi. Uno splendido caos che vi racconto così.

cop.aspxCarlo, Fossi in te io insisterei è un libro coraggioso, che ti mette a nudo. Non ti sei mai pentito di averlo scritto?

Qualcuno mi ha detto che c’è troppo di me, che c’è tutto quello che sono, ma per me va bene così. Non mi sono ancora pentito di quello che ho scritto anche perché da quando il libro è stato pubblicato non l’ho più riletto…

Chi è stata la prima persona che l’ha letto appena l’hai finito?

Mia mamma, che non sapeva nemmeno che lo stessi scrivendo. Non gliel’avevo detto perché non volevo dover gestire eventuali dubbi che avrebbero potuto bloccarmi.

Che cosa ti direbbe tuo papà se lo leggesse?

Non ne ho la più pallida idea! Credo l’unico modo per immaginare la sua reazione sia fare una sintesi delle reazioni di tutta la mia famiglia e dei lettori. L’unica cosa certa è che mio padre si meritava di stare in un libro perché amava tantissimo i libri, aveva una libreria di oltre cinquemila volumi.

Il momento più difficile mentre scrivevi?

Tantissimi, anche per settimane di fila. Poi buttavo via tutto e ricominciavo dicendomi: “Carlo, racconta le cose esattamente come stanno”.

Hai mai avuto la tentazione di mollare?

Eccome! Ho anche detto a Mondadori che se non fossi riuscito a scriverlo avrei restituito l’anticipo. Non avevo nessuna certezza.

Che cosa è cambiato dopo il coming-out nella tua vita?

Mi sono appropriato della mia esistenza. Io non sono di quelli che vogliono convincere tutti a fare coming-out. Però so che farlo ti dà un coraggio pazzesco. E questo vale non solo per i coming-out sull’orientamento sessuale. Può servire anche per uno che a cinquant’anni ammette a se stesso di aver sbagliato lavoro e molla tutto per andare ad aprire un chiringuito chissà dove.

La cosa più bella che ti hanno detto sul libro?

Ci sono delle reazioni dei lettori che a volte mi spaventano. Ho conosciuto persone che non avevo mai visto che mi hanno detto: “Grazie al tuo libro ho deciso di licenziarmi”, oppure altre che si sono convinte a riprendere in mano la loro vita o a scriverla, altri che hanno perso il padre da giovani e si sono identificati con le mie parole. Ogni giorno arrivano tantissimi commenti sui social e tutti mi sorprendono.

Ti è arrivata qualche critica?

Purtroppo per adesso no e dico purtroppo perché magari qualche considerazione negativa può anche essere utile.

gabardiniIl tuo è un libro contro le etichette. Tu etichetti mai la gente?

Credo di sì, tutti lo facciamo in qualche modo, ma la cosa grave non è tanto l’etichetta in sé, per esempio “gay”, che può anche starci, ma tutti i corollari che ruotano intorno a questa etichetta e che sembra che debbano essere veri per definizione, invece non sempre lo sono. Gli stereotipi sono sempre in agguato. Se sei gay allora devi vestire firmato. Ma chi l’ha detto? Io indosso camicie comprate all’Upim da pochi euro, ma non ci crede nessuno…

Io provo a non cadere in queste trappole. Per esempio, in Italia, la prima domanda che si fa quando ci presentano qualcuno è “che lavoro fai?”. Io cerco sempre di evitare proprio per evitare di etichettare le persone. Però è difficile.

Tuo papà, ormai lo sappiamo, amava Proust. A te cosa piace leggere?

Di tutto. Dipende molto dai momenti della mia vita. C’è stato un periodo in cui leggevo quasi esclusivamente Pirandello, poi c’è stata la fase Pessoa e oggi tra gli italiani mi piace moltissimo Fabio Genovesi.

Il tuo più grande sogno?

Mi piacerebbe tanto fare il commentatore di tennis in Tv. È un gioco che mi ha sempre affascinato. E poi vorrei scrivere canzoni. Io di musica non so nulla, non so nemmeno cantare, però quando avevo dieci anni ho scommesso un milione di lire con mia madre che un giorno avrei vinto Sanremo. Posso vincere la scommessa solo come autore…

 La tua paura più grande?

Io ho paura di tutto. Se devo sceglierne una è la sofferenza fisica. Ho il terrore della malattia, degli ospedali, ma l’avevo anche prima che mio padre si ammalasse, infatti non l’ho mai accompagnato alle sue sedute di radioterapia.

Cosa vorresti dire a quelli che ti hanno bocciato al terzo anno di arte drammatica?

Non so ancora se avevate ragione..

Che rapporto hai con le presentazioni del libro in pubblico?

Mi piacciono tantissimo. Le mie presentazioni durano dai 110 ai 130 minuti e le faccio sia che ci siano quattro persone che cento. Credo che per un tipo di libro come il mio siano importantissime. Io vado ovunque perché ho bisogno del contatto fisico, di guardare la gente negli occhi. Utilizzo tantissimo i social, però poi c’è bisogno di recuperare il rapporto personale.

Un tuo difetto?

Di solito mi dicono “Carlo, basta!”. Quindi credo di essere incontenibile, che è anche il motivo per cui sono single, secondo me.

Un tuo pregio?

No, non credo di avere pregi…

Di certo sei una persona umile…

Eh, ma non posso dirlo se no automaticamente divento presuntuoso! Va be’ ci penserò tutta la notte…

Scriverai un altro libro?

Dal lato desiderio mi piacerebbe, però ti confesso che mi sento come se avessi appena partorito. Farmi questa domanda adesso è come entrare nella stanza della puerpera e chiederle “Signora, ne vuole subito un altro?”. Ora, questo libro per me è mio figlio e allo stesso tempo mio padre. Una sensazione strana, devo ancora elaborarla. Ci vorrà tempo.

Carlo G. Gabardini è tra i testimonial della campagna di promozione della lettura #LeggerePerché. Guarda il suo video-invito e quelli degli altri scrittori. Facciamo entrare i libri in tutte le case.

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