Social network, sì grazie, ma con educazione

Social network, sì grazie, ma con educazione

“Mi like? Ma quanto mi like?”

Potrebbe essere lo slogan di uno spot dei tempi moderni, nei quali essere presenti sui social network è diventato quasi un obbligo e più condivisioni si ottengono, più ci si sente apprezzati e importanti. Chi non è più un ragazzino ricorderà il famoso spot degli anni ottanta in cui una giovanissima Yvonne Sciò, per promuovere il servizio telefonico Sip, ripeteva con la cornetta del telefono fisso all’orecchio: “Mi ami, ma quanto mi ami?”. Pura preistoria.

Le comunicazioni oggi non corrono più lungo i cavi delle linee telefoniche e i padri non si arrabbiano per i costi delle bollette, ma ciò non significa che i social network siano del tutto innocui. I costi da pagare non si misurano in denaro, ma in termini di perdita della privacy, a volte del sonno e nei casi più gravi della propria sicurezza personale.

Quanti sono gli  adolescenti finiti nei guai a causa di un uso spregiudicato dei social network? Per non parlare dei casi di vero e proprio ritiro sociale che fanno di alcuni nativi digitali dei disadattati, incapaci di gestire i rapporti vis à vis con le persone, come spiega bene questo articolo del Corriere della sera. Anche senza contare i casi estremi, per rendersi conto dei rischi dell’iper connessione basta pensare a quante volte un nostro account sui social network ci ha obbligati a restare incollati al computer o al cellulare per rispondere ai commenti degli amici, follower o fan che dir si voglia.

Secondo gli ultimi dati del Censis circa la metà della popolazione italiana si collega quotidianamente al suo profilo sui social network, percentuale che sale quasi all’80% nel caso degli under 30. Eppure, sono numerose le persone che mi hanno confessato di essere stanche di dover seguire la molteplicità di account, creati spesso per curiosità o per non sentirsi tagliati fuori dal mondo; account che mentre siamo impegnati a vivere continuano a produrre quantità inverosimili di informazioni, una parte di esse, diciamolo, assolutamente inutili.

Mentre in Facebook, re dei social network, c’è chi condivide notizie, idee ed esperienze personali interessanti, c’è chi pubblica soltanto post fatti di “buongiorno” e “buonasera”, foto di batuffolosi animali domestici (adorabili ma… a che pro cinque al giorno?) e soprattutto gli immancabili selfie. Smettere di seguire i profili che non ci soddisfano o ci fanno perdere tempo? Certo, è una soluzione, ma non è mai è così semplice. La foga del “post a tutti i costi” spesso assale amici e conoscenti e pare maleducato depennarli dalla lista di chi si segue. Così, si scorrono i post e ci si rassegna…

Lo stesso accade in Twitter, dove sotto la bandiera del “fare cultura” proliferano le citazioni di frasi spesso senza senso, estrapolate da pagine di libri, che si alternano a notizie davvero interessanti ma anche a chiacchiere adolescenziali. Tutti prima o poi abbiamo citato un aforisma di Oscar Wilde, ma aprire un romanzo e copiare una riga a caso non è la stessa cosa.

Perché ci sottomettiamo tutti giorni a questa rassegna di inutilità? Nessuno, in fondo, ci obbliga a essere presenti sui social network o a utilizzarli in modo assiduo. Eppure, ognuno ha i suoi motivi e paga i prezzi che gli corrispondono. C’è chi vorrebbe farne a meno, ma ha un’impresa, un negozio, un sito o un blog da promuovere e non ha alternative se non diffonderne i contenuti attraverso Facebook, Twitter, Linkedin, Pinterest, Instagram e via dicendo. C’è chi lo fa di mestiere, per promuovere i servizi o i prodotti dell’azienda per cui lavora, oppure chi diventa social per trovare un’occupazione o perché è un professionista dell’informazione e infine c’è chi non ha nessuna di queste ragioni, ma solo bisogno di dire al mondo “ci sono anch’io”.

Indagando tra amici e conoscenti mi sono resa conto che la maggior parte delle persone che utilizzano i social network per motivi professionali arrivano a un punto tale di “saturazione” che li porta a utilizzare poco le pagine personali. Chi, al contrario, non ha necessità di comunicare per lavoro, tende a riempire i propri profili di vita quotidiana, specificando in ogni momento del giorno in quale attività è impegnato, anche se si tratta di lavarsi i denti…

Sia chiaro, ognuno è libero di condividere quel che gli pare con chi gli pare, ma un po’ di galateo dei social network non farebbe male. Perché non Formare i professori per introdurlo a scuola? Se la cultura si fa in rete, anche l’educazione civica deve passare da lì.

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3 commenti

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    Tina aprile 11, 2016

    Condivido l’idea di rendere oggetto di studio l’uso dei social.L’educazione al loro uso corretto mi sembra un’ottima idea.Tuttavia penso che ci siano persone che si sentono soddisfatte di usare il social solo come mezzo di comunicazione con amici e parenti e penso che in questi casi …il vivere e lascia vivere non faccia male a nessuno.Certamente è invece probabile che i social possano essere usati talvolta per superare momenti di solitudine e anche questo mi sembra possa essere compreso e tollerato.Personalmente ritengo che i social siano comunque una grande risorsa come mezzo di comunicazione e di scambio e anche di conoscenza e che anche una frase di un libro può essere uno stimolo a conoscere quel libro .Grazie per aver stimolato queste riflessioni,questo è uno dei motivi per cui a me i social piacciono.

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    stefano settembre 05, 2016

    Leggerti è sempre un momento educativo. Avrei tanta voglia di chiudere tutto anche perchè non sono un professional ma la vanità (l’ilusione che su twitter il tal personaggio diventi un mio follower, magari è un segretario che ‘ho fatto divertire) specialmente nel silenzio di un lavoro che non ci sarà più e il declino , forse naturale e corrispondente del ruolo famigliare, mi bloccano. Poi e dopo ti leggo e sento che qualcosa riesco ancora a discernere. Saluti

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      Patrizia La Daga settembre 05, 2016

      Che dire, Stefano? Grazie. E tieni duro. Buona fortuna per tutto!

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