Racconto del Po

Cavallara, in provincia di Mantova. Il racconto è stato scritto in mezzo a questi prati quando ero molto giovane e sognavo di vedere il Po ripulito dalle schiume che lo soffocano

Era solo un angolo di mondo, una nicchia di lombrichi e di spighe giallo sole contro un cielo fatto a specchio.
Lontano s’udiva il brontolio delle trebbiatrici che il vento accompagnava lungo il fiume assetato d’acqua chiara, strangolato dalla bava schiumosa che navigava nel suo letto.
Ho conosciuto solo questo della  terra che fu dei miei genitori e prima di loro dei miei nonni e dei bisnonni ancora. È la terra contadina, piatta e umida, che giace laddove il Po traccia segni di confine tra le nebbie lombarde e i dialetti dell’Emilia.

Vivo nella metropoli, vivo nella tomba dei profumi, dei colori e talvolta dei pensieri. Per questo mi è difficile narrare. Ho la fantasia imbrigliata tra i fili dei tram e le antenne arrugginite. Oggi però, in questo groviglio di palazzi, splende il sole e riporta alla memoria giornate tediose tra gli albicocchi in fiore. E ancora mi rammenta di estati torride di uomini in canotta a raccogliere la frutta, mentre il sudore riga loro i volti, cotti come mattoni alla fornace.

Colui senza il quale questa storia non vi potrei narrare ha nome Guido e ogni dì vagabonda in bicicletta per viottoli ghiaiosi fino alla vecchia osteria dove Don Severino lo attende con il mazzo di carte in mano. È il mio bisnonno, ottantacinque anni e un sorriso da bambino. Quando ancora il suo viso era quello di un fanciullo andò soldato, tornò e sposò la bella Barbarina, che ancora oggi lo assiste e lo rimprovera proprio come allora. È una bisnonna piccolina, di quelle che ti viene voglia di aiutare quando attraversano la strada, ma lei solleva casse d’acqua e zappa l’orto che a guardarla sei già stanco.

Gente di campagna, i miei bisnonni crebbero tra sapori d’orto e di pollaio, la natura li svezzò con i suoi frutti sugosi li dissetò con le sue rugiade fresche di violette e di lillà. La loro scuola fu la terra, i loro esami i giorni della vita. Il cielo li promosse con una figlia bella e sana, Lina. Il Po accolse felice quell’evento, ma da allora non permise più a nessuno di bere le sue acque, che tanto avevano rinfrescato le gole arse di Guido e Barbarina nei pomeriggi afosi di estati ormai lontane.

Venne la guerra e vennero i tedeschi in ritirata. Entrarono nelle case del paese, mangiarono ciò che le donne, invecchiate nei grembiuli scuri di cucina, avevano preparato per i figli, dormirono nei letti di mariti ancora al fronte o mai tornati.
Il Po osservò a lungo gli imbrogli degli umani poi, nauseato, sputò fango sulle case della gente. Mentre argini, case e vite soccombevano dinanzi al furore delle acque, Lina cullava il frutto del suo amore. Viviana nacque in febbraio, mentre la terra gelava e le donne mettevano legna nella stufa per scaldare la neonata.

Il fiume gioì di quella nascita e tornò dentro al suo letto pago, dissero, delle punizioni inflitte. Tornò il sole. Viviana bambina giocò sulle spiagge e in mezzo ai pioppeti. Un giorno d’estate, mentre con le scale di legno i braccianti raccoglievano pere, cadde nella corrente e gridò il suo terrore. Un uomo soltanto udì l’eco dei suoi lamenti e la salvò mentre annaspava. Da allora, Viviana odia il fiume e la sua terra.

Il lavoro a quel tempo era figlio dell’industria. Molte famiglie abbandonarono i campi e in casa i vecchi rimasero soli. Piccole lacrime gocciolarono sull’erba del giardino il giorno dei saluti. Lina, suo marito e Viviana se ne andarono un mattino di novembre. Un viaggio breve nello spazio, ma infinito agli occhi. Sicchè era autunno, al loro passaggio i pioppi piangevano foglie gialle e secche e il fiume, sempre più lontano, scorreva lento e triste come a domandar perdono a Viviana del suo fallace gesto di tanto tempo prima. Poi la pianura di campi coltivati divenne una distesa di edifici rossi o grigi e infine l’auto trovò sosta sotto il portone di un palazzo alto, con altri palazzi intorno, dove quattro stanze ancora disadorne attendevano l’arrivo degli esuli padani.

Viviana crebbe e giunse il tempo delle grida femministe. Le donne furiose urlavano di emancipazione e indipendenza ma lei non le ascoltò ed amò in fretta il suo principe azzurro.

Venni alla luce un giorno di aprile. O meglio una notte. Forse per questo l’oscurità mi è nemica. Temo ciò che non lascia passare i raggi del sole. Temo gli animi cupi che non sanno trasmettere calore. Cerco ovunque l’azzurro del cielo e il verde dei prati. Il parco della città è un piccolo zoo di esseri umani, i pioppeti sono lontani.

Il fiume quando ero piccina divenne cattivo. Umiliato dalle offese del mondo, negò la vista dei suoi fondali bianchi e non permise più ai bambini di immergere la testa nelle sue acque fresche. Ricordo qualche bagno breve e poi subito la doccia, a lavar via con altra acqua, l’acqua. Era un tempo di bombe e rapimenti, scioperi e ciminiere senza filtri. Il Po non resistette. Povero fiume vecchio e stanco smise di combattere e s’arrese a un futuro che lo volle malato e solo. Nessuno si occupò più di lui per molte lune e ancora oggi le sue acque sudice contaminano la terra e il cuore di chi lo sta a guardare con rimpianto e nostalgia.
Laggiù nella bassa, dove ancora s’odono gli echi delle voci di Don Camillo e del sindaco Peppone, il Po chiama senza tregua e chiede aiuto. Nonna Barbarina, nonna Lina, Viviana ed io ascoltiamo il suo appello disperato, ma forse solo tu, piccola stella che un giorno brillerai dentro al mio ventre lo aiuterai a guarire. Nasci in fretta, c’è un angolo di mondo che ha bisogno di te.

(Aprile 1994)

Dedicato ai miei bisnonni Guido e Barbarina che non ci sono più.

3 commenti

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    Anita febbraio 24, 2012

    ..Patty..sei stata fantastica hai descritto tutto alla perfezione …ed io che che ho vissuto come te simili esperienze essondo figlia di agricoltori e nipite di contadini..sento la terra, il sole, i prati e il cielo ..parte integrante di me e della mia infanzia..mi sono commossa piu’ volte leggendo il tuo racconto speciale e vero..
    a presto..Anita

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      Patrizia La Daga febbraio 24, 2012

      Grazie, Anita, non sai che piacere mi fanno le tue parole. Anche se sono cresciuta a Milano e ora vivo lontana quei posti mi sono nel cuore e nessuno me li toglierà mai. Spero di poterci tornare presto. Un abbraccio

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    Elena Benedetti febbraio 24, 2012

    Che bel racconto, Patrizia. Conosco bene questa parte di pianura padana, la riva del Po con la sua spiaggia, i pioppeti in filari ordinati, il ponte di barche di Torre d’Oglio, i giri in bicicletta sull’argine di Dosolo. L’atmosfera mi riporta indietro nel tempo, bambina, ragazza e poi donna. Anche io non sono cresciuta lì, se non per brevi periodi, ma come sai sono i luoghi che hanno dato i natali al mio illustre consorte. Come non amarli e non avere il piacere di tornarci, nelle mie puntate in Italia?

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