Nessuno è indispensabile di Peppe Fiore

Nessuno è indispensabile di Peppe Fiore

Patrizia&Giuditta 2 voci per 1 libro è una rubrica che nasce dall’incontro di due persone distanti per formazione ed esperienze di vita, ma unite da una grande passione per i libri e la letteratura. Due donne, Giuditta e io, che si sono conosciute leggendo l’una il blog dell’altra senza essersi mai incontrate di persona (ma intenzionate a farlo presto), due “sentire” spesso discordanti ma sempre rispettosi e aperti al confronto. Da questa complicità è nata, tra un tweet e l’altro, l’idea della rubrica. Un luogo in cui confrontarsi su un libro diverso ogni mese in modo divertente e scanzonato, senza il rigore di una recensione, ma con l’attenzione ai dettagli. Una sorta di gioco (liberamente tratto dalle famose interviste della trasmissione “Le Iene”) che vi permetterà di conoscere nuovi romanzi e sorridere un po’. Per venire incontro ai gusti di tutti i lettori, abbiamo deciso di seguire uno schema che prevede l’alternarsi di un autore italiano, uno spagnolo e uno di qualsiasi altra nazionalità. Dicembre è il mese di uno scrittore nazionale e per l’occasione ci ha incuriosito il recente romanzo di Peppe Fiore, Nessuno è indispensabile, uscito per Einaudi.

Nessuno è indispensabile

 Peppe Fiore

Einaudi

 Patrizia   twitter: @patrizialadaga  Giuditta  twitter: @tempoxme_libri     www.libri.tempoxme.it
1. Dai un voto alla copertina e spiegalo
Voto: 5 Siamo tutti pecoroni (perché “mucconi” non si può dire). Alla tesi del libro possiamo rassegnarci, ma vederla così sbandierata in copertina, anche se ad opera di un grande illustratore come Franco Matticchio, non diverte. Anzi, mette tristezza. Se è questo il suo scopo, tuttavia, merita un 10. Voto: 10 Basta fare solo un nome: Franco Matticchio e credo che il voto si giustifichi da solo. Ironica, leggera, acutamente pertinente. Il lettering e i colori sobri e coerenti nella loro semplicità sono perfetti. La qualità della carta, anche al semplice tatto, straordinaria.
Ma la chicca che mi ha dato il vero piacere di comprare l’edizione cartacea di questo meraviglioso Corallo (peccato i refusi nel testo!) è il codice isbn. Vale una fuga in libreria per la gioia di ammirarlo!
2. L’incipit è…
Divertente e “nazionalpopolare”. Il lettore identifica in pochi secondi il luogo in cui si svolgerà la vicenda e ritrova il tipico linguaggio da imbonitore a cui la Tv, da anni, ci ha abituati. Straordinariamente mimetico. Sembra di sentire il tono e la forzata allegria di Mike Buongiorno durante una delle sue televendite!
3. Due aggettivi per la trama
Improbabile e crudele.  Irresistibile e dissacrante
4. Due aggettivi per lo stile
Caricaturale ed estremamente acuto. Corrosivo e mirabilmente aggettivato
5. La frase più bella
La bellezza non appartiene a questo mondo. E dunque nemmeno alle parole. Che l’autore usa con maestria ma sempre per dipingere foschi scenari e insane relazioni. In rari casi racconta il sentimento pulito e, quando lo fa, centra l’obiettivo: Le disse che adesso si sentiva solo come non si era mai sentito, quasi l’essenza di lei avesse lasciato uno spazio cavo in ogni cosa: pensava in continuazione a lei, che non essendoci più era ovunque. Difficile trovare frasi edificanti e positive nel romanzo, in cui lo sguardo cinico e crudele di Fiore corrode senza sosta stereotipi, modelli, valori e tutto ciò che apparentemente può sembrare vicino alla felicità. Uno spiraglio è lasciato all’amore, fievole e fugace. Interpreto in questo senso “bello”. Glu stava aggrappata come se fuori da loro non ci fosse altra vita. E infatti nessuno l’avrebbe mai confessato all’altro, ma entrambi ebbero la certezza che i confini del lago di latte si estendessero nello spazio esterno al silos, e nel tempo delle loro vite anteriori, finchè nell’esistenza non esisteva nient’altro che bianco, luce bianca, e dentro quella luce loro due erano uno. 
6. La frase più brutta
Il linguaggio di Peppe Fiore sa essere tanto sofisticato quanto folcloristico, la padronanza dell’autore sul suo stile, va detto, emerge da ogni riga. Tuttavia, qualche volta, lo slang romanesco prende gratuitamente il sopravvento (per esempio Nessuno si inculava di pezza i multivitaminici) mentre le descrizioni disgustose sembrano galvanizzarlo. Una delle peggiori: Quando non ci si spezza l’osso del collo, la morte per impiccagione è sempre lunga e atroce. La lingua penzola fuori, i capillari delle pupille esplodono, i bulbi oculari si estroflettono, gli spasmi durano ore. E, nel frattempo, ci si vomita e piscia addosso a volontà. Quando va bene. Quando va male, ma è molto raro, si può staccare la testa. La penna di Peppe Fiore è di quelle assai felici, quindi il brutto deve essere inteso in senso contenutistico e non stilistico. La frase che ho scelto sul degrado di alcune zone urbane di Roma, che sono specchio inevitabile del disagio esistenziale di chi le abita è, anzi, una delle caratteristiche dello stile di Fiore che più mi hanno colpito. Uno sguardo caustico, ma mai volgare o superficiale: Pigafetta viveva nello sprofondo del quartiere Tor Vergata – un luogo buio anche di giorno, fatto di stradoni battuti dal vento e mostruose strutture dormitorio formicolanti di famiglie a basso reddito -, in quello che lui si ostinava a chiamare “condominio” ma era di fatto un residence. E neanche di quelli fighi. Vi si accedeva da una stradina al termine di un allucinante sistema di rotatorie senza senso nel nulla assoluto. Dall’esterno, era una via di mezzo tra una scuola bombardata e un mattatoio. L’insegna diceva “Villa Paradiso”. Lo stabile affacciava sull’uscita Anagnina del Raccordo, dagli altri tre lati sul vuoto cosmico.
7. Il personaggio più riuscito
Michele Gervasini, il protagonista. Un uomo messo perfettamente a nudo con le sue debolezze e i suoi valori. Un personaggio vero, che in una pagina può suscitare ilarità e in quella seguente provocare pena. Pigafetta, personaggio complesso, stratificato, che nasconde un passato di sofferenza che affiora lentamente dal grottesco con cui è stato inizialmente dipinto. Una figura in movimento, che smentisce e riconferma se stessa in un gioco esilarante e comico con i lettori.
8. Il personaggio meno azzeccato
Romina, la fidanzata e poi moglie di Pigafetta. Una donna che se fosse reale dovrebbe vincere il Nobel per la stupidità. Per carità, tutto è possibile, ma nemmeno in Shrek, tra orchi e orchesse, si è vista una ragazza innamorarsi istantaneamente di un uomo in overdose, trovato collassato e ricoperto di vomito sul water della toilette di un autogrill. E ancora meno azzeccato il comportamento che segue l’incontro: trascinare il corpo del moribondo, in tacchi e tailleur, fino alla propria auto e portarselo sulla spiaggia per passarci la notte. Mah… Non ci sono personaggi non azzeccati. La forza del romanzo sta proprio nelle figure in bilico felicemente tra lo stereotipato e il grottesco. Posso quindi citare quella che riscuote la mia personale antipatia, pur essendo un personaggio azzeccatissimo: Sgueglia. Di lui lo stesso autore dice:
Un bambino perfido che gode davanti ai documentari con i condor che sbudellano i cuccioli di gazzella, ecco cos’era Sgueglia. Per lui la tragedia era una forma di intrattenimento come un’altra.
9 La fine è…
Nebulosa. Tanto caos, poche soluzioni.
10. A chi lo consiglieresti?
A chi non lavora in una grande azienda né ha intenzione di lavorarci in futuro.


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