Milano: “da bere” o da buttare? Il caso del Corvetto.

Milano: “da bere” o da buttare? Il caso del Corvetto.

I media, dopo il successo di visite di Expo2015, non fanno che ripetere che Milano ha scalato le classifiche di qualità di vita, ha superato Roma per numero di turisti all’anno e si sta trasformando in una delle città più all’avanguardia del mondo, anche grazie al lavoro di architetti che ne hanno modificato la Skyline, ridisegnando interi quartieri.

Tutto vero, ma quanti cittadini realmente hanno ricevuto benefici da questo progresso della capitale Lombarda?

Milano è soltanto il quadrilatero della moda, Piazza Gae Aulenti con i suoi corsi d’acqua, i locali glamour di Corso Como e il premiatissimo Bosco Verticale dello studio Boeri? Ci sono milanesi che da queste parti non ci mettono mai piede.

Milano

Credo che una città in cui l’esercito sia costretto a fare retate anti delinquenti abbia ancora molto da fare prima di potersi vantare agli occhi del mondo. A Milano ci sono interi quartieri in cui la gente ha paura di uscire di casa. Quello in cui vivevo io da ragazza è uno di quelli.

Sono nata in un quartiere, il Corvetto, che quando ero bambina ospitava famiglie né ricche, né povere, che vivevano in case spesso in affitto ma dignitose. Un ceto medio fatto da commercianti, piccoli imprenditori, impiegati, che conduceva una vita senza sprechi, ma anche senza troppi sacrifici.

La zona era ben collegata con il centro città da un tram storico, il 13, che tutti noi ragazzi dell’epoca abbiamo preso almeno una volta per andare a farci un giro in Corso Vittorio Emanuele. Con la costruzione della Linea 3 della metropolitana, la distanza dalla Madonnina si è ulteriormente accorciata e da allora, in meno di 15 minuti si può passare dalle nebbia della periferia al sole di Piazza del Duomo.

Eppure, nonostante sia ad un passo dal centro il quartiere negli ultimi quindici anni ha vissuto un degrado inaudito. Prima di trasferirmi a Barcellona, nel 1999, il mio mezzo di trasporto a Milano era la moto. Mi capitava spesso di rientrare molto tardi la sera dalla redazione della Tv in cui lavoravo. Parcheggiavo la mia enduro in un garage a trecento metri dal portone di casa e, senza alcun timore, percorrevo da sola quel tratto di strada.

Corvetto MilanoOggi, quando vado a trovare i miei genitori, esco a piedi soltanto di giorno e non mi sento nemmeno tanto sicura. La quasi totalità degli esercizi commerciali che servivano la zona è chiusa o si è trasformata in sexyshop e Kebab bar, le serrande abbassate sono state devastate da graffiti che di artistico hanno molto poco e furti e scippi sono all’ordine del giorno.

Le signore aggredite per strada non si contano più, la farmacia ha dovuto blindare le sue vetrine più del caveau di una banca e i pochi commercianti rimasti hanno convivono con la paura. In giro si vedono quasi esclusivamente extracomunitari di sesso maschile che si spostano in gruppi e bivaccano davanti alle scale del metrò, ai pornoshop, oppure nei bar dove nessun connazionale osa entrare.

L’albero di Natale buttato in strada e quello bruciato

Poche settimane fa, durante il ponte dell’otto dicembre, mi trovavo a Milano con i miei figli. I ragazzi avevano molto apprezzato l’albero di Natale che decorava la portineria, fatto come ogni anno  dalla simpatica custode filippina. Una mattina, l’albero non c’era più. Al suo posto una foto, scattata dalla telecamera di sicurezza che l’amministratore del condominio, pochi mesi fa, ha dovuto installare dopo ripetuti tentativi di furto negli appartamenti e varie intrusioni da parte di vagabondi, che si accomodavano sulle scale per dormire e fare i loro bisogni. Nella foto si vedono tre ragazzi incappucciati che gettano l’albero in strada. Il gesto è stato solo il preludio di un evento più grave: durante la notte di capodanno, in Piazza Ferrara, qualcuno ha dato fuoco all’albero di Natale, riducendolo in cenere tra lo sgomento dei cittadini che, impotenti, hanno filmato il rogo con i cellulari. La notizia è stata riportata anche dai quotidiani, che da tempo parlano del disagio delle periferie milanesi.

Milano

Il bosco verticale di Stefano Boeri, un esempio della nuova Milano “che funziona”.

Io non mai avuto, né mai avrò alcun pregiudizio nei confronti di chi chiede ospitalità nel nostro Paese. Credo che cercare una vita migliore sia diritto di tutti e dare asilo a chi fugge da situazioni di guerra o estrema povertà sia un dovere morale di ogni essere umano. Ma credo anche che ci siano dei limiti di tolleranza che non possono essere superati. Ignoro se la distruzione dell’albero sia stata la bravata di tre tossici o un gesto di disprezzo nei confronti delle nostre tradizioni, quello che invece non concepisco è come una città che si vanta di brillare di luce propria possa tollerare zone d’ombra tanto estese. Perché quello che accade al Corvetto, si ripete inesorabilmente in moltissime altre zone di Milano.

Recentemente l’amministrazione cittadina ha chiesto l’aiuto dell’esercito per presidiare le zone più a rischio e le vie dello shopping durante il periodo natalizio. Mi sembra una buona idea, ma se le operazioni si limitano a una retata come quella dello scorso novembre a Rogoredo, quale efficacia può avere? Pochi giorni dopo il famoso “boschetto dello spaccio” era già tornato quello di sempre, nonostante le dichiarazioni di volontà di “restituire il quartiere ai cittadini” da parte delle autorità.

Una città davvero vivibile non può occuparsi soltanto delle zone di lusso, che finiscono sulle copertine delle riviste straniere e che fanno affluire turisti danarosi. A Milano occorre prevedere non solo azioni “tampone” dimostrative, ma piani strategici efficaci nel tempo. Se si spende per fare grattacieli e fontane, si spenda di più (o meglio) per garantire sicurezza ai cittadini che non possono permettersi di vivere nelle zone di moda.

Negli ultimi anni vedere pattuglie delle forze dell’ordine per la città è sempre stata una rarità. Da quando vivo a Barcellona, dove spessissimo, in centro come in periferia, capita di incrociare auto della polizia, dei “mossos” (gli agenti del corpo di polizia catalana) o della guardia urbana (i nostri vigili), faccio molto più caso a questa grave assenza. Benvenuti siano allora i presidi dell’esercito per Natale e Capodanno, ma se dopo l’Epifania torna tutto come prima, ogni sforzo sarà stato vano. Perché i turisti se ne vanno, ma i cittadini del Corvetto e delle altre zone degradate, rimangono.

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2 commenti

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    Elisa gennaio 05, 2017

    Triste, triste per davvero. Non abito nè ho mai abitato in città e non posso che dirmi contenta. Ormai il vero lusso è abitare in campagna.
    Il degrado delle città (che vedo dal treno nei palazzoni vicini alle stazioni) inizia prima dell’arrivo degli immigrati: che società si è costruita? Esiste ancora il dialogo (sincero) e il senso di comunità? Loro sono arrivati (meglio era se se ne stavano a casa loro, sono onesta) quando si era già rotto il “legante” sociale, fatto di amicizie, scambio di ricette, dialoghi attorno a un libro letto, piccoli gesti di altruismo, ecc…
    Adesso tutti scappano (anche in paese) ma non perchè ci sia sempre così tanta fretta, ma per timore della poca sincerità o dell’indifferenza dell’altro. Meglio il porto sicuro della propria casa e famiglia. O le chiacchere fatte di niente sui social.
    Il proliferare dei sexy shop la dice lunga su questa tendenza.

  2. Avatar
    agersocial gennaio 05, 2017

    Ciao ho preso pure io nel periodo 1975-79 il 13 ed erano anni bui pieni di pestaggi a me incomprensibili, da giovane studente universitario proveniente da un piccolo paese dell’anconetano.
    Ormai la paura ha sostituito la gioia e la speranza si ode dentro il Duomo se qualche vecchio prete si dimentica dei suoi tempi passati.
    Una Milano con l’esercito…solo una città da tour operator.Oh mia bella Madunina quante cose va in rovinaaa.,

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