Lucrezia Lante della Rovere: “Mai avrei pensato di diventare attrice”

Lucrezia Lante della Rovere: “Mai avrei pensato di diventare attrice”

Lucrezia Lante della Rovere non è un personaggio che passa inosservato. A cinquant’anni compiuti la nota attrice italiana esibisce una bellezza raffinata e una personalità imponente, capace di catalizzare l’attenzione di chiunque le stia intorno.

Ho avuto modo di incontrarla in occasione della presentazione al pubblico italiano di Barcellona del suo Io sono Misia, monologo liberamente tratto dalle memorie di Misia Sert, personaggio di spicco del primo novecento e geniale musa ispiratrice di artisti come Proust, o Picasso. Un’opera scritta da Vittorio Cielo che ha fatto il giro dei teatri italiani.

Con Lucrezia Lante della Rovere hanno partecipato alla serata, organizzata dalla Casa degli Italiani, il regista della pièce teatrale, Francesco Zecca, e l’amico Guido Torlonia, anch’egli regista e responsabile dello “sbarco” spagnolo di Io sono Misia al teatro Akadèmia di Barcellona, di cui è direttore artistico.

Lucrezia Lante della Rovere con Guido Torlonia (con il microfono) e Francesco Zecca

Lucrezia Lante della Rovere con Guido Torlonia (con il microfono) e Francesco Zecca

Prima ancora di cominciare a conversare con Lucrezia Lante della Rovere, mi faccio l’idea di una donna sensibile, che nasconde le sue fragilità dietro ai colori forti dei suoi occhiali e la stessa sensazione mi accompagna durante tutta l’intervista. La dolcezza della voce fa da contraltare al rigore delle parole e alla sicurezza dei modi. Una donna di contrasti, un’attrice col talento scritto nel Dna, anche se le ci è voluto un po’ per scoprirlo, come mi dirà lei stessa di lì a poco.

Lucrezia, hai cominciato a recitare a soli 19 anni grazie al film Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli. Quando hai capito che volevi essere attrice?

Veramente io mai avrei detto che sarei diventata un’attrice. Non ho mai avuto il pallino della recitazione ed ero anche molto timida, tanto che persone e insegnanti che mi conoscevano da ragazzina mi hanno confessato che non si sarebbero mai aspettati di vedermi su un palco. Sono andata via di casa molto presto, ho cominciato a fare la modella, un lavoro che rendeva bene economicamente anche se non mi dava una grande soddisfazione. Ma a quel tempo, a differenza di oggi, il lavoro per i giovani c’era, si poteva sperimentare.

Essere scelta da Monicelli ha cambiato tutto. All’inizio ho affrontato la cosa con grande incoscienza, era quasi un gioco. Poi però mi è piaciuto, ho cominciato a studiare recitazione e non ho più smesso. Persino la mia psicanalista mi incoraggiò a fare l’attrice. Ho capito più avanti che paura e timidezza hanno un legame molto stretto con questo mestiere.

Quali sono le doti più importanti per un’attrice secondo la tua esperienza?

È difficile dirlo, non esistono gli ingredienti perfetti. Di certo ci vogliono un po’ di fortuna e tanta salute e poi è questione di istinto e di sensibilità, ma anche di studio e di curiosità. È importante la capacità di ascolto, uno sguardo attento rivolto al mondo per cogliere tutto quello che accade intorno a noi. Bisogna anche accettare di avere la propria unicità. Ci sono attori che escono dall’Accademia con una preparazione impeccabile ma non riescono a “rompere” con la didattica, non tirano fuori quello che hanno dentro e sembrano un po’ fatti in serie…

E il regista che ruolo ha?

È importantissimo perché l’attore sul palco è di una fragilità mostruosa, perciò si “attacca” in tutti modi a chi lo dirige. Ci vuole empatia sia con il testo che con il regista. Quando devi raccontare un’emozione sei “nudo”, magari ti senti un cretino, sei insicuro e hai bisogno della fiducia di chi ti dirige. Sul palco si vede veramente chi sei.

Lucrezia Lante della Rovere con il regista e amico Guido Torlonia subito dopo l'intervista

Lucrezia Lante della Rovere con il regista e amico Guido Torlonia al termine dell’intervista

Interviene Guido Torlonia, che conferma le parole di Lucrezia e dice: “Tutti gli attori cercano qualcuno nel regista. Un padre, un figlio, un amico, un amante. Il regista sa che per tirare fuori il meglio da ogni attore deve assumere un ruolo diverso”.

Tu hai fatto cinema, teatro e televisione. Se ti obbligassero a scegliere a che cosa non rinunceresti?

Odio questa domanda! Perché devo scegliere?

È il gioco… 

Il teatro è la cosa che ho fatto di più ed è quella che più mi dà soddisfazione, perché c’è il contatto diretto col pubblico e ti fa essere il regista di te stesso. Quando sei sul palco sei tu che decidi i tempi, una sera puoi essere “a mille” e quella dopo essere in palla, tutto dipende da te, dalla tua energia, dai tuoi nervi, dalle tue emozioni. In teatro c’è anche una componente fisica importante che mi appaga tantissimo perché devi recitare col corpo: sudi, ti stanchi, è una specie di maratona. Invece nel cinema mi frustrano le attese, la possibilità di dover concentrare le energie in tre o quattro ciak al massimo, quando va bene.

Lucrezia Lante della RovereIl tuo ultimo lavoro, Io sono Misia, racconta di una donna forte che viene spesso indicata come un’antesignana del femminismo. Che cosa c’è di te in questa figura? 

Io ho scoperto Misia e mi sono subito innamorata di lei, poi lo scrittore Vittorio Cielo e il regista Francesco Zecca, che mi conoscono molto bene, mi hanno cucito addosso il personaggio. Sul palco si mischiano molti strati di me e di lei. Anche perché di Misia, in realtà, non si sa moltissimo. L’identità di questa donna non è molto chiara perché in tutti i suoi libri  lei racconta i personaggi geniali che ha incontrato, ma parla poco di se stessa. Un po’ l’abbiamo inventata sovrapponendola a me e ai miei gusti, ma anche ad altre donne, come mia madre per esempio.

Parlando di tua madre (Marina Ripa di Meana nel caso esista qualcuno in Italia che non lo sappia), è noto che negli anni della gioventù il rapporto tra voi fosse piuttosto burrascoso. Adesso quali sono i vostri rapporti? 

Adesso siamo “vecchie”, non c’è più tempo per litigare. Siamo molto unite, io non ho sorelle e alle spalle non ho una famiglia strutturata. Ho due figlie, è vero, ma in realtà loro sono più legate alla famiglia del padre (l’imprenditore Giovanni Malagò, ndr). Mia madre ed io abbiamo un rapporto molto forte, siamo diversissime e per questo ci siamo scontrate tanto, ma adesso abbiamo imparato a controllarci.

Il tuo difetto più grande?

Sono impaziente. A volte, lo ammetto, posso essere un po’ str…  L’impazienza fa sì che scalpiti in continuazione, diventi inquieta, a volte capricciosa e magari non ti dai il tempo di capire chi è la persona che hai davanti. È un modo di essere che può renderti antipatica.

E il pregio che ti riconosci?

Forse sempre l’impazienza perché questa ha anche l’altra faccia della medaglia. Il fatto di essere molto istintiva e di avere una grande inquietudine interiore fa sì che io sia impetuosa, che non perda mai tempo e che cerchi di arrivare sempre al “sodo” di quello che mi interessa. Se una cosa mi piace veramente la “sposo” a 360 gradi. So che sono molto selettiva, a volte mi dicono “a te non piace niente”, ma se qualcosa mi piace, allora mi cattura totalmente.

C’è un errore che potendo tornare indietro nella tua vita non rifaresti?

Penso di averne fatti tanti, come tutti, ma non ce n’è uno più importante degli altri. Fanno parte della vita…

Che cosa ti piace fare quando non lavori?

Tante cose. Visto che sono sempre in giro mi piace stare a casa con i miei cani, mi piace leggere, vedere i miei amici e, tantissimo, ballare.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

Il rumore del tempo di Barnes, un libro stupendo. Però, in genere, ne leggo più di uno alla volta, per cui ho appena finito anche Quando Roma era un paradiso di Stefano Malatesta, che mi è molto piaciuto.

E scriverne uno? Tua madre a suo tempo aveva pubblicato l’autobiografia I miei primi quarant’anni, tu potresti scrivere quella dei cinquanta…

No, non sono capace! E poi che gliene frega alla gente di sapere della mia vita?

Oggi chiunque abbia un nome noto pubblica un libro…

Ecco, appunto, a me non piace fare quello che fanno tutti.

Quali sono i tuoi sogni?

Riuscire a fare sempre bene il mio lavoro. Oggi in Italia c’è un abbassamento del livello culturale, chiudono i teatri, la gente non legge, perciò nel mio ambiente c’è una grande paura. Mi piacerebbe poter sognare di continuare a fare tante “Misie” o belle operazioni culturali come quella. Se io fossi andata da un produttore a proporgli di fare Misia non mi avrebbe mai presa in considerazione.

Lucrezia Lante della Rovere con Francesco Zecca, regista di "Io sono Misia"

Lucrezia Lante della Rovere con Francesco Zecca, regista di “Io sono Misia

E quindi come avete fatto a metterlo in scena?

Abbiamo cominciato a lavorarci senza soldi e senza sapere dove e come avremmo fatto a presentarlo. Era un momento di scontentezza e frustrazione totale, nessuno di noi tre stava lavorando. Nel 2015 avevo contattato il direttore del Festival dei Due mondi di Spoleto che mi disse che il calendario era chiuso e non c’era posto per noi. Gli ho rotto così tanto che alla fine ci ha concesso un palco alle undici, dopo lo spettacolo principale.

Pochi giorni più tardi, però, mi ha richiamato per avvisarmi che Vanessa Redgrave, che avrebbe dovuto essere presente, aveva avuto un problema di cuore e che il nostro Misia poteva prendere il suo posto nei tre giorni in calendario. A quel punto noi, che eravamo solo tre e senza una lira, ci siamo messi a fare una specie di colletta, abbiamo chiesto duemila euro a mia madre, a miei suoceri, agli amici. Poi il colpo di fortuna: una ricca signora, figlia di un noto collezionista d’arte ha scoperto la nostra Misia, si è innamorata del personaggio e ha deciso di finanziare lo spettacolo.

E chi è la generosa mecenate?

Marina Lia, figlia di Amedeo Lia, un grande collezionista di La Spezia che ha donato tutte le sue opere alla città, dando vita al museo che porta il suo nome. Sono contenta se lo scrivi.

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