Intervista a Raffaella Silvestri: “Vorrei diventare la Taiye Selasi italiana”

Intervista a Raffaella Silvestri: “Vorrei diventare la Taiye Selasi italiana”

silvestriLa prima volta che ho visto Raffaella Silvestri in TV nel corso di Masterpiece, il talent show letterario che Rai3 ha mandato in onda lo scorso inverno, ho pensato che la bella aspirante scrittrice fosse una persona altezzosa e fin troppo sicura di sé. Mi è bastato stringerle la mano per capire che mi ero sbagliata.

Raffaella Silvestri, oltre ad aver dimostrato di saper scrivere, è una ragazza simpatica, con un sorriso contagioso e una dialettica stimolante. Il piacere di conversare con lei ha fatto sì che in un’ora abbondante di intervista, le digressioni, anche su temi personali, si siano susseguite e, se non fosse per ragioni di spazio e convenienza, potrei riempire pagine intere con le nostre chiacchiere.

Raffaella Silvestri è in libreria con il suo romanzo d’esordio, La distanza da Helsinki, che Bompiani ha pubblicato, nonostante il regolamento del concorso prevedesse un contratto editoriale solo per il vincitore del programma.

Una soddisfazione meritata per Raffaella Silvestri, che di questi tempi si gode le ottime recensioni al suo romanzo (compresa la mia).

Quanto ha contato il fatto di essere una bella ragazza affinché la produzione di Masterpiece decidesse di sceglierti come concorrente per il programma, fino a farti arrivare seconda?

Secondo me essere una ragazza giovane e carina in letteratura è solo uno svantaggio. Nel campo della cultura il pregiudizio nei confronti della donna è ancora evidente. Io ho vissuto in Finlandia, che è al secondo posto nel mondo come parità di genere, e la differenza l’ho sentita sulla pelle. Nel settore letterario la discriminazione è ancora più evidente, a molte brave scrittrici non viene data la visibilità che meritano. Manca anche il mentoring, il sostegno di altri scrittori.

Quale è stata la cosa più difficile nell’affrontare Masterpiece?

All’inizio stavo male perché avevano costruito per me un’immagine che non mi corrisponde. La produzione mi ha presentato come una ex-manager  “di ferro”. È vero che ho lavorato per tre anni in Loreal ed è vero che gestivo risorse pur essendo molto giovane, ma in quella compagnia funziona così e non occorre essere spietate donne in carriera per farlo. In alcune puntate di Masterpiece, mi spiace dirlo, mi facevano indossare abiti che facevano di me una vera macchietta. Nei camerini della Rai riservati ai concorrenti non ci sono specchi, io non mi vedevo se non dopo la trasmissione e con addosso certi tailleur anni novanta mi sembravo una dominatrice sadomaso… Non ho vergogna a dirlo, io ho sofferto molto e più io soffrivo, più mandavano in onda solo le mie dichiarazioni da “strega cattiva”.

L’articolo sulla tua esperienza a Masterpiece, in cui parli della cultura e anche del ruolo della donna in Italia è stato pubblicato dal New York Times. Come mai l’hai proposto negli Usa e non in Italia?

Ti sorprenderai, ma io lo avevo inviato a molti blog letterari italiani e nessuno mi ha risposto. Poi, un po’ per scherzo, l’ho mandato al NYT e loro mi hanno contatta immediatamente. Mi hanno detto di documentarmi, mi hanno assegnato un editor e poi l’hanno pubblicato.

Tu sei laureata a Cambridge e hai lavorato nel marketing. Quando e perché hai deciso che “da grande” avresti fatto la scrittrice?

Me lo ricordo bene, l’ho deciso a sei anni. Stavo andando a scuola e mentre camminavo, per mano a mia madre, lei mi chiese: «Cosa vuoi fare da grande?». Io risposi d’istinto: «La scrittrice». Ricordo anche il commento di mamma: «Ma quello non è un vero lavoro!» Forse è per questo che inizialmente avevo scelto un altro percorso professionale. Devo molto a una professoressa di italiano del liceo che, purtroppo, è scomparsa proprio dopo la mia maturità, lasciandomi con un augurio che oggi si è avverato.

Prima di partecipare a Masterpiece avevi già provato a inviare il tuo manoscritto agli editori, seguendo le vie tradizionali?

No, è stata una cosa strana. Io ho lasciato il mio posto in Loreal e mi sono presa un anno per scrivere. Stavo ancora terminando La distanza da Helsinki quando è arrivato Masterpiece. Ci ho pensato tanto prima di candidarmi perché sapevo che se mai il mio libro fosse stato pubblicato, sarebbe uscito con il “bollino della Tv”, con il pregiudizio di essere stato scelto in un talent e molti avrebbero storto il naso. Sono certa che molti giornalisti non lo recensiranno proprio perché è uscito da un programma Tv. Però, l’ultimo giorno ho deciso di provare, anche perché ero convinta che non mi avrebbero mai chiamata e poi perché il libro era ancora una bozza, a cui poi nei mesi successivi ho continuato a lavorare.

Silvestri-301x420Come è nato La distanza da Helsinki? È autobiografico?

In realtà non lo è. A 22 anni avevo scritto un testo totalmente autobiografico, poi però l’ho cestinato. Dopo quell’esperienza ho capito che non volevo raccontare la mia vita, in realtà ne La distanza da Helsinki non c’è quasi nessun episodio realmente accaduto. Quando ho scritto il libro ero immersa in un’ossessione che ho da sempre, quella del tempo che passa. Una sensazione che tutti abbiamo provato, quel momento in cui ci chiediamo: «Come sono arrivato qui? Quando ho preso le decisioni chiave che mi hanno fatto diventare quello che sono?». Io nel libro racconto questi momenti che coincidono con quelli in cui i due protagonisti, Viola e Kimi, si incontrano.

Qual è il messaggio che volevi trasmettere con questo romanzo?

Taiye Selasi ha detto che la mia scrittura nasconde un dolore. Ed è vero. I miei personaggi hanno una sofferenza che li accompagna per tutta la vita. Volevo trasmettere che crescere è faticoso, soprattutto se hai una sensibilità più sviluppata degli altri.

Come ti sei sentita quando hai saputo di essere arrivata seconda? E quando ti hanno comunicato che nonostante tutto avresti pubblicato con Bompiani?

Tutto è stato molto autentico, io non ho saputo fino all’ultimo il risultato e non ci sono rimasta bene. Quando è terminata la registrazione nell’anfiteatro ero davvero triste e avvilita, soprattutto per il costo umano che la trasmissione implica. Però devo dire che Elisabetta Sgarbi (la direttrice editoriale di Bompiani, ndr) è stata incredibile nel cercarmi quella sera stessa e rassicurarmi, dicendomi che credeva nel mio libro e che lo avrebbe pubblicato ugualmente.

Mi dai un aggettivo o almeno un profilo per ognuno dei tre giudici?

È difficile rispondere perché noi concorrenti, in realtà, non avevamo mai a che fare con loro se non durante la puntata. Non possiamo dire di averli davvero conosciuti. Comunque ci provo:

Taiye Selasi: un’ispiratrice. Mi ha sempre sostenuto e confesso che mi piacerebbe diventare la “Taiye Selasi italiana”.

Andrea De Carlo: in inglese direi engaged, coinvolto. Si vedeva che ci teneva a me e se criticava lo faceva in modo costruttivo. Da ragazzina, al liceo, ho letto tutti i suoi libri (anche se al Berchet non si poteva dire). È stato strano ed emozionante trovarmelo davanti come giudice.

Giancarlo De Cataldo: Indifferente. Sinceramente non mi ha trasmesso niente, non ha mai avuto una parola che non fosse una critica per me. Non ha mai cercato di essere empatico nei confronti delle difficoltà di noi concorrenti.

Ora che Masterpiece è finito, se dovessi tornare indietro, lo rifaresti?

Non lo so. Forse dovrei rispondere a questa domanda più avanti, adesso è troppo presto, non sono ancora in grado.

E consiglieresti a un aspirante scrittore di partecipare a un’eventuale nuova edizione di Masterpiece?

Sì, è un’occasione, ma è importante essere consci del prezzo da pagare dal punto di vista umano. Forse personalità diverse dalla mia la prenderebbero con più filosofia e non soffrirebbero come è capitato a me. In ogni caso resta un’opportunità.

Come vedi il tuo futuro adesso?

A questo punto torno a quando avevo sei anni e ripeto con convinzione: «Voglio fare la scrittrice». Ora questo desiderio è diventato una realtà e il mio obiettivo è portare La distanza da Helsinki nel mondo.

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1 commento

  1. Avatar
    elisa luglio 08, 2014

    Grande Raffaella, ce l’hai fatta!
    Sono contenta per te che hai potuto avere l’opportunità di farti conoscere e spero che progammi come Masterpiece, magari con formule rinnovate e più adatte al mezzo, vengano riproposti.
    Comprendo il “costo umano” del passaggio in Tv, soprattutto per determinate personalità, ma penso che, se davvero l’obiettivo è quello di pubblicare e non solo di scrivere per se stessi, l’opportunità vada colta. Altrimenti quali altre possibilità avrebbe un perfetto sconosciuto?
    In bocca al lupo per le vendite!

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