Il dibattito sulle primarie del centrosinistra: nuovo format, vecchie manie italiche

Il dibattito sulle primarie del centrosinistra: nuovo format, vecchie manie italiche

La notizia del dibattito oggi sul Corriere.it

In genere non scrivo di politica e non perché non la apprezzi, ma per una sorta di pudore derivato dal vivere lontano dall’Italia. Sebbene io guardi quasi esclusivamente la Tv di casa nostra, legga i giornali italiani e soprattutto voti in Italia, dove torno spesso per lavoro e per piacere, non era mai nato in me l’impulso di commentare le vicende tricolori. Ma ieri sera, guardano il confronto tra i cinque candidati alle primarie del centrosinistra e soprattutto scorrendo i tweet del pubblico, non ho potuto fare a meno di mettere nero su bianco alcune considerazioni non tanto sulla politica in sé, che lascio ai commentatori di mestiere, quanto sul rapporto che i cittadini italiani sembrano avere con essa e con i suoi rappresentanti.

La prima riflessione è che ci confermiamo un popolo di “allenatori”. Come nel calcio, anche in politica tutti sembrano essere sicuri degli errori degli altri. Così, mentre i politici rispondevano alle domande, in Twitter sfilavano una moltitudine di “Sì, ma…” nei quali al posto dei puntini era indicata, non sempre con parole gentili, la critica di turno (e quasi mai una proposta). In un dibattito politico si chiede ai candidati di esprimere opinioni, idee, programmi. È il loro mestiere, si suppone che si siano preparati per farlo. È legittimo giudicarli per questi progetti, eppure si indugia spesso sugli aspetti umani che meno riguardano la professione. Un candito suda troppo, l’altro è antipatico, uno è troppo deciso, l’altro è soporifero, uno ha un difetto di pronuncia, l’altro ha la faccia da impostore e via dicendo, in una girandola di considerazioni che molto poco hanno a che fare con le idee.

Se da un lato l’avversione verso chi fa politica è comprensibile e giustificata dalle vicende di chi per anni ha mal governato il Paese, dall’altro è innegabile che sia necessario un minimo di fiducia nei confronti di chi, in un momento storico di crisi internazionale, si candida per tentare di risollevare le sorti nazionali. Dietro a ai leggii sul palco ieri c’erano cinque candidati che prima di essere politici sono persone. Quattro uomini e una donna con idee, giuste o sbagliate che siano, che ci hanno messo la faccia, mentre molti, moltissimi nascondono la propria dietro messaggi più o meno offensivi. Si può contestare che il campione rappresentato dal social media non rappresenta la società italiana. Ma ne siamo proprio sicuri? A me, dopo dieci mesi di frequentazione, pare una copia piuttosto fedele di quello che accade nella vita reale.

L’opinione pubblica italiana sembra essere capace di passare dall’adorazione del personaggio di turno alla sua distruzione con una facilità impressionante e non solo in politica. In un mondo in cui c’è ancora bisogno di istituire la “giornata della gentilezza” (oggi 13 novembre), è evidente che i valori basati sulla tolleranza e sulla comprensione reciproca diventano vocaboli spogliati di significato. Parole che suonano banali e retoriche, ancora molto lontane dall’essere interiorizzate da una gran parte della popolazione.

Va sottolineato che il confronto televisivo di ieri è stato educato, senza le aggressioni verbali a cui siamo abituati, uno spettacolo che sarebbe stato decisamente più sensato vedere su un canale pubblico e che ha gratificato il bisogno di civiltà di questo paese. E se siamo riusciti a sconfiggere il modello della rissa tra candidati, dovremmo riuscire a eliminare anche quello della loro gratuita denigrazione da parte del pubblico. Almeno fino a quando non compaia un motivo reale, un’accusa provata, come già è capitato in passato. Dare una possibilità sempre e comunque a tutti mi sembra il minimo, anche se apparteniamo alla tifoseria opposta o il candidato non soddisfa i nostri criteri estetici. Anche perché, in genere, chi rovescia fango difficilmente sarebbe in grado di stare al posto della persona su cui l’ha rovesciato. E questo vale per il politico, per lo sportivo come per il cantante famoso.

Il format sperimentato da SkyTG24, che ha registrato ascolti record di poco inferiori ai due milioni di spettatori, è di certo un passo avanti per un paese abituato alle fumose tribune politiche e ai salotti urlanti, ma ha probabilmente esasperato il gioco distruttivo di cui sopra. Il tempo concesso ai canditati per esprimere le loro idee era troppo breve e ha lasciato in sospeso molti punti centrali per chi deve compiere una scelta politica. Perché chi vota dovrebbe votare un cervello, non una faccia o una voce.

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