Elogio delle piccole cose

Elogio delle piccole cose

Mi capita spesso di ascoltare conversazioni o di leggere testi in cui il “lamento” è il protagonista assoluto. Le persone si lagnano per i motivi più svariati, spesso legati alle piccole cose del vivere quotidiano. Dal vicino di casa che infastidisce con il volume della musica troppo alto, ai professori dei figli che assegnano compiti astrusi, passando per il collega invidioso o il datore di lavoro dispotico, fino alle controversie originate dai dissapori coniugali.

A tutti capita di trovarsi in fasi della vita in cui è più facile cedere alla tentazione del lamento, ma per alcuni il vizio dura quanto l’esistenza. E poco a poco la corrompe, colmandola di astio e risentimento.

Ho scritto spesso di temi che toccano la sfera personale e forse qualcuno storcerà il naso per le mie incursioni nell’ambito dei comportamenti sociali, ma credo che il concetto di cultura vada ben al di là delle pagine dei libri, degli affreschi di palazzi e cattedrali o delle opere rinchiuse nei musei. La cultura di una società è il riflesso del sentire e del vivere della sua gente, è un’enorme rappresentazione teatrale che si svolge sul palcoscenico del mondo, ventiquattro ore al giorno.

È vero che gli artisti, grazie forse a una sensibilità più matura, hanno sempre saputo sottolineare le mancanze, le perversioni e le debolezze della collettività anche in epoche di crescita, ma tentare di portare un messaggio positivo, specialmente in un momento così caotico, non può che fare bene.

Questo post nasce da un fatto reale, accaduto qualche anno fa, che ha lasciato un’impronta importante nel mio modo di pormi nei confronti della vita.

Una domenica mattina decido di mettere ordine negli armadi del mio studio, stracolmi di cartellette, libri e documenti di ogni tipo e, seppellita da una montagna di scartoffie, trovo una scatola che non apro da un’eternità. Dentro ci sono vecchie videocassette con le registrazioni dei programmi televisivi che conducevo su una Tv privata quando, negli anni novanta, vivevo a Milano.

Una delle trasmissioni che più amavo a quell’epoca si chiamava A casa loro, una serie di interviste a imprenditori o a noti manager che si svolgevano presso il loro domicilio per cercare di cogliere il lato più umano dei personaggi. Mi piacevano quelle conversazioni perché spesso le interviste, nonostante la presenza delle  telecamere, si trasformavano in piacevoli chiacchierate in cui il protagonista di turno raccontava senza pudori le sue battaglie, i suoi valori, le sue debolezze e i suoi sogni. E c’era sempre qualcosa da imparare.

Presa dalla curiosità, smetto di riordinare e, mentre i miei figli giocano accanto a me, ricordandomi che non sono più la giovane giornalista di quindici anni fa, decido di fare un salto nel passato e mi piazzo davanti alla Tv con le mie videocassette.

Una, in particolare, attira la mia attenzione. Si tratta di una puntata di A casa loro dedicata a Marisa Brambilla, allora presidente di Avon Italia, una delle multinazionali di vendita diretta più note al mondo. La manager all’epoca della registrazione aveva poco più di quarant’anni ed era una bella donna, colta ed elegante. Le risposte illuminanti alle mie domande fanno sì che io riveda la puntata per intero.

Nei venticinque minuti di conversazione mi parla delle sue qualità e dei suoi difetti, di ciò che significa essere donna e guidare un’azienda con centinaia di dipendenti, della sua famiglia e dei suoi progetti per il futuro. È piacevole e istruttivo anche a distanza di anni ascoltare questa signora di talento arrivata ai vertici di un’importante compagnia. Quando le domando come è riuscita a raggiungere questo traguardo mi regala una risposta che andrebbe incorniciata: “Ho sempre cercato di dare il meglio di me stessa, anche nelle piccole cose, anche quando occupavo ruoli modesti. Se mi chiedevano di impacchettare un regalo io cercavo la carta più bella e lo avvolgevo con il fiocco più grande, come se stessi facendo la cosa più importante del mondo“.

Terminato il programma vengo colta dalla curiosità di sapere se questa donna è ancora al comando della stessa compagnia o il suo percorso professionale l’ha condotta altrove. Oggi questo tipo di curiosità si soddisfa con un click, cosi mi metto al computer e digito il suo nome in Google. In pochi secondi lo schermo si riempie di risultati. Quello che non posso prevedere è che leggerli mi farà male.

Marisa Brambilla è morta nel 2002 per un tumore.

Leggo e rileggo la notizia sperando di aver capito male, entro in diversi siti cercando una smentita, ma ovunque trovo una conferma: la donna che poco prima ho visto sorridere in Tv non è più di questo mondo.

Subito mi torna in mente la sua ultima risposta, dedicata ai progetti per il futuro. Mi raccontava che stava organizzando un viaggio in Sudan dove aveva adottato sei bambini che desiderava conoscere personalmente. Chissà, forse in quelle parole si celava la consapevolezza di non avere più molto tempo e la volontà di fare qualcosa per i più deboli. Forse la mia è solo suggestione, non saprò mai se al momento dell’intervista era già malata e se sapesse di esserlo. Mentre penso a tutto ciò mi scende qualche lacrima, una reazione forte che non so controllare. In fondo, con quella donna ho condiviso solo un pomeriggio della mia vita per poi dimenticarla durante anni, ma quel video l’ha portata d’improvviso dentro casa, il suo bel volto ha occupato per quasi mezz’ora lo schermo della mia TV e la sua voce risuona ancora dentro le mie orecchie.

Resto attonita per qualche minuto, poi le risate dei bambini che giocano in salone mi riportano alla realtà. Soltanto più tardi ho l’opportunità di riflettere con calma e di trarre una morale da questo episodio. È la morale più semplice che esista, quella delle piccole cose da fare bene, anche quando appaiono insignificanti e non sembrano portarci alcun beneficio immediato. Messe insieme sono quelle piccole cose a dare senso alla vita.

Chi si lamenta in continuazione, chi pensa che le cose non siano mai come dovrebbero essere, chi sostiene che la colpa è sempre degli altri, chi non sa chiedere scusa perché crede di avere sempre ragione, chi non ti regala un sorriso perché è troppo occupato in questioni serissime, chi non fa una sorpresa perché la ritiene una cosa infantile, chi dà per scontato che il mondo gli deve qualcosa senza dover mai nulla a nessuno, a tutte queste persone domando: avete mai provato a dare il meglio di voi stessi nelle piccole cose, invece di lamentarvi? Avete cercato la carta più bella e il fiocco più grande come se ciò fosse la cosa più importante del mondo?

Io da quel giorno ci provo. Ogni tanto fallisco. Ma l’averci tentato mi fa stare meglio. E ringrazio sempre Marisa Brambilla per quel consiglio.

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1 commento

  1. Avatar
    isabella difronzo novembre 16, 2012

    Mi sono ritrovata a leggere questo articolo quasi per caso. Ci sto provando anch’io. Ogni tanto fallisco, mi guardo allo specchio, mi sorrido, ricomincio…

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